1 – Il sodalizio tra Jung e Pauli

Jung è un pensatore romantico, idealista, dissonante e alternativo, la cui sensibilità verso la dimensione spirituale gli impedisce di identificarsi fino in fondo col metodo scientifico galileiano, nonostante le concessioni che deve fare ai suoi maestri, Bleuler al Burgözli cui deve gli studi sugli esperimenti di associazione verbale, e Freud per la teoria psicoanalitica. Ma nel secondo decennio del XX° secolo rompe con tutti e due, con Freud a seguito dei noti dissidi teorici, con Bleuler dando le dimissioni dal Burgözli. Così è libero di spaziare a suo piacimento nella sua esplorazione dei paesaggi interiori, dando libero corso alle sue propensioni di pensatore fondamentalmente romantico, che pur vivendo nell’era del positivismo non rinuncia alla simpatia per l’irrazionale a cui ha dato ampio seguito nella tesi di laurea sulla fenomenologia spiritistica della cugina medium. E proprio lo studio dei simboli porta Jung ad uno dei suoi capisaldi teorici, l’archetipo (1934-54). Egli lo riprende dalle idee innate di Platone per spiegare l’osservazione fatta nei suoi pazienti di una produzione simbolica dell’inconscio che non è riconducibile alla formazione culturale individuale, ma a ipotetiche disposizioni psichiche trasmesse ereditariamente, dovute alla struttura del sistema nervoso tipica del genere umano. Proprio la sua spregiudicatezza intellettuale, la sua formazione eterogenea e la sua personalità curiosa, eclettica, non convenzionale – che si estende nei suoi riferimenti intellettuali dalla psicologia alla filosofia, alla letteratura, allo studio comparato delle religioni, fino al misticismo e all’occultismo – lo conducono alla ricerca di un sistema esplicativo dell’universo alternativo a quello della scienza ufficiale, dove egli trova una sponda nei fisici. Nei primi del Novecento l’avvento della meccanica quantistica sovverte i principi della meccanica classica newtoniana, proponendo un nuovo paradigma alternativo a quello della scienza ufficiale, e infatti nel secondo decennio del secolo Jung ha lunghe discussioni con Einstein. Negli anni ’40 prima manda in cura da una sua allieva e poi prende in trattamento egli stesso il fisico Wolfgang Pauli, i cui sogni costituiscono il materiale di Psicologia e Alchimia (1944). La comunione spirituale con Pauli realizza l’assunto de La psicologia del transfert, che «quando due elementi chimici si uniscono, si alterano entrambi» (1946, p.183), tanto che le loro ricerche ne subiscono una profonda reciproca influenza.

 

1.1 – Alla ricerca dell’unità tra psiche e materia

Ne risente la teoria dell’archetipo, che Jung sta elaborando ormai da 20 anni. Verso il 1935 Pauli fa un sogno in cui Einstein viene da lui e gli dice che la teoria quantistica è unidimensionale ma che la realtà è bidimensionale. L’interpretazione è che deve accettare una nuova dimensione della realtà, rappresentata dall’inconscio e dai suoi archetipi. Jung ha proposto gli archetipi come princìpi strutturali della mente inconscia ma Pauli ora afferma che essi sono anche i princìpi organizzatori sottostanti alle strutture ed ai processi del mondo fisico.  A questo punto l’archetipo diviene non solo il punto di incontro tra istinto e simbolo, oggi diremmo tra circuiti regolatori mesencefalici e funzioni cognitive superiori, ma anche un anello di congiunzione tra l’essere umano e la totalità cosmica in cui è inserito. Il problema di Jung è quello di trovare la connessione tra il mondo fisico e il mondo del significato. Gli archetipi  indirizzano l’azione e il comportamento, e sono in ciò equiparabili all’istinto, ma forniscono anche la struttura formale della rappresentazione e dell’immaginazione; essi sono caratterizzate dal possesso a priori del fine, in quanto precostituiscono lo sviluppo psichico, che si svolge secondo uno schema universale, cui Jung da il nome di processo di individuazione. I contenuti onirici e in generale il simbolismo archetipico seguono nel loro manifestarsi un piano, quasi un progetto finalizzato di evoluzione interiore: l’entelechia o individuazione è la realizzazione del programma personale dell’individuo e si dispiega lungo un percorso attraverso le forme dell’immaginazione creativa inconscia (1921, 1928). Quindi l’archetipo, o il Selbst profondo che è la totalità che include il mondo archetipo, è in possesso di una pre-scienza del significato, che va ben al di là della conoscenza appannaggio dell’Io cosciente e del qui-e-ora contingente in cui questo si muove. Proprio perché radicato così profondamente nella vita istintiva “selvaggia” e quindi affrancato dai condizionamenti e dalle stereotipie della coscienza, l’archetipo mette il soggetto in connessione con  un piano sottostante di realtà, un piano dove mente e materia si intrecciano. Non per nulla l’archetipo è istinto e simbolo, materia e spirito, psiche e processo psicoide. Il processo psicoide è un concetto che si comprende attraverso la metafora della coscienza come spettro della luce visibile: al di sopra e al di sotto di essa – che rappresenta lo psichico – stanno i processi psicoidi, che come i raggi infrarossi e ultravioletti non sono accessibili ai sensi ordinari e sono assimilabili “sotto” ai processi somatici e “sopra” agli accadimenti spirituali. Il processo psicoide si colloca oltre la materia e la mente, ma le contiene entrambe: esso quindi fornisce una spiegazione al problema dell’interazione mente-materia.

Sicuramente tutto ciò ha contribuito ad intricare ulteriormente il groviglio semantico dell’archetipo, in cui come dimostra la Knox (2003) si intrecciano e si sovrappongono più modelli teorici, nei quali ella tenta di mettere un po’ di ordine, anche alla luce di teorie successive, quali l’infant research, la teoria dell’attaccamento, la psicologia interpersonale. Ma l’intrinseca complessità di un pensiero che si svolge su più piani turba relativamente Jung, che riprende dalla tradizione gnostico-ermetico-alchemico-umanistica l’idea di una dimensione in cui mondo interno e mondo esterno, psiche e materia si uniscono in una unità indifferenziata: è l’unus mundus, il mondo potenziale del primo giorno della creazione dove nulla esiste ancora in atto, ma tutto è contenuto nell’Uno. Esso rappresenta l’esperienza dell’unità dell’uomo col mondo, inteso non nel senso della realtà molteplice attuale, ma del fondamento eterno di tutta l’esistenza empirica e della personalità individuale con le sue possibilità evolutive quali si dispiegano nel processo di individuazione (1955-56). L’intelligenza spirituale si manifesta sia a livello universale come Anima Mundi reggitrice del mondo fisico (piano ordinatore della materia), che a livello individuale come entelechia, intrinseca tendenza alla realizzazione di un fine evolutivo psicologico (1928b). Nell’ordine universale le parti riflettono la struttura organizzativa del tutto, il quale completa e coordina quella delle parti; il principio di forma impronta di sé l’universo stabilendo delle corrispondenze non in base ai nessi di causa-effetto, ma a quelli di analogia e di coincidenza significativa, o sincronicità, che Jung affianca come ulteriore principio esplicativo del mondo unitario alle categorie di spazio, tempo e causalità (1951).

Gli intrecci tra psiche è materia riprendono l’idea degli alchimisti di un cosmo vivo e animato, in cui vi è una transizione evolutiva, senza soluzione di continuità, tra i minerali, le piante, gli animali e infine l’uomo, espressione più ultima e più completa del dispositivo della creazione, perché fatto a immagine di Dio e perché ricapitola nella sua essenza tutto l’ordine macrocosmico. Per l’alchimista Khunrath la materia alberga le scintille dell’anima universale identica allo spirito di Dio e per l’alchimista Dorn queste scintille dell’Anima Mundi sono il lumen naturae che illumina la coscienza e risplende nelle tenebre dell’inconscio. In un sistema psicologico le scintille coscienziali sono i principi regolatori e organizzatori della psiche, coincidenti con gli archetipi (1947-54), ma sul piano fisico ciò si traduce nel fatto che la materia ha un suo lato soggettivo – nei processi di misurazione quantistica l’osservatore ha un ruolo determinante – ma anche la mente ha degli aspetti che sfuggono alla dimensione puramente soggettiva. Essi si evidenziano in fenomeni che vanno oltre la coscienza del qui-e-ora, nei viaggi nel tempo (premonizioni, psicometria) e nello spazio (bilocazioni, eventi sincronici), fino alle OOBE (Out of Body Experience) e alle NDE (Near Death Experience).  E qui la meccanica quantistica può offrire delle provvidenziali aperture.

Anche nel pensiero dei fisici contemporanei l’inconscio collettivo si stempera come concetto psicologico per  diventare la metafora di un serbatoio di energia psichica al fi fuori dello spazio tempo, che governa non come una forza ma come una forma l’universo della materia, e quindi diventa un punto di connessione tra spirito e materia interagenti in maniera sincronica (Teodorani, 2006b). Questo concetto di un sistema organizzatore sottostante alla realtà materiale viene sviluppato particolarmente dal fisico inglese Bohm (1980).

 

 2 – L’entanglement

Einstein non è mai stato convinto fino in fondo del sistema della meccanica quantistica (MQ) di Bohr, in particolare della teoria secondo la quale le proprietà di una particella subatomica[1] sono relative ad un sistema di osservazione, e non esistono finché non vengono osservate, estensione del principio di indeterminazione di Heisenberg[2]. Secondo lui devono per forza esistere delle “variabili nascoste” con cui poter spiegare in maniera causale i fenomeni della meccanica quantistica. Una contraddizione della MQ viene evidenziata da un “esperimento mentale”, noto come il paradosso di Einstein, Podolsky e Rosen; quando si separano due particelle hanno interagito tra di loro (ad esempio due elettroni emessi dalla stessa sorgente), anche con una grandissima distanza, nel momento in cui effettuiamo una misurazione su una di esse determiniamo: 1) il collasso della funzione d’onda[3] della stessa, e quindi la riduzione del suo stato quantico a una particella determinata nello spazio-tempo e fin qui nulla di strano 2) contemporaneamente però determiniamo anche il collasso della funzione d’onda e quindi lo stato quantico dell’altra particella, che sarà conseguenziale. Ciò equivarrebbe a contraddire la teoria della relatività, perché per avere un comportamento coerente le due particelle dovrebbero scambiarsi informazioni, ma se ciò fosse  queste dovrebbero viaggiare a un velocità superiore a quella della luce (poiché il collasso delle funzioni d’onda delle due particelle è contemporaneo). In realtà Einstein, Podolsky e Rosen non hanno potuto attuare il loro esperimento, ma altri studiosi ne hanno realizzato successivamente diverse versioni. Nel 1949 i fisici Chien-Shung-Wu e Irving Shaknow producono il positronio (atomo altamente instabile composto da un elettrone e da un positrone), dalla cui disintegrazione si liberano due fotoni. Quando si va ad analizzare la direzione di polarizzazione dei due fotoni, la misura determina il collasso della funzione d’onda di entrambi, sì che se uno risulta di polarizzazione verticale l’altro l’avrà automaticamente orizzontale. Nel 1982 il fisico francese Aspect utilizza come sorgente di fotoni entangled un fascio atomico di calcio eccitato col laser, di modo che gli elettroni saltino due livelli energetici, e quando tornano al loro stato fondamentale emettono una coppia di fotoni. Ogni volta che uno dei fotoni devia dalla sua traiettoria a causa di un filtro che ne modifica la direzione anche l’altro effettua una deviazione, nonostante si trovi separato dal primo. In tal modo è dimostrato l’entanglement, un fenomeno di reciproca influenza istantanea non locale tra due particelle subatomiche (Teodorani, 2007).

 

3 – L’equazione di Schrödinger  rivista da Bohm

Qualcosa di simile ha scoperto il fisico inglese Bohm (1980) con i suoi esperimenti sul plasma, che è un gas contenente un’alta densità di elettroni e di ioni positivi: una volta inseriti nel plasma gli elettroni cessano di comportarsi come elettroni e interagiscono come se siano parte di un insieme più grande e interconnesso. I loro movimenti apparentemente casuali producono effetti globali di tipo altamente organizzato: ad esempio il plasma si rigenera continuamente e racchiude tutte le impurità in una parete come fa un organismo vivente quando incista un corpo estraneo. Analogamente si comportano gli elettroni di materiali chiamati superconduttori – che a temperature prossime allo zero assoluto perdono la loro resistività elettrica – formando una “condensa di Bose-Einstein”, ovvero si affollano nello stesso stato e si muovono come una unità, assumendo una distribuzione probabilistica al pari di un quantum.

Nella visione probabilistica della scuola di Copenaghen un oggetto quantistico quando non è determinato come particella è rappresentabile da una funzione d’onda e questa può essere usata per calcolare la probabilità di trovare il quanto in un determinato punto dello spazio. L’equazione di Schrödinger descrive il modo in cui la funzione d’onda si evolve nel tempo, determinando la probabilità di trovare la particella in un determinato punto dello spazio a un dato istante. Questo vuol dire che tra una misurazione e l’altra la particella si dissolve in una sovrapposizione di onde di probabilità ed è potenzialmente presente in molti luoghi simultaneamente. Bohm rigetta l’assunzione che la funzione d’onda fornisca la più completa descrizione possibile della realtà, perché non accetta l’idea che quest’ultima possa essere spiegata in maniera probabilistica e indeterminata. Egli sostiene invece l’idea di una spiegazione interamente causale dei sistemi quantistici, e a tal fine si rifà al concetto di “onda pilota” di De Broglie, intesa come informazione attiva in grado di guidare in continuazione lo stato quantistico delle particelle. La sviluppa nel parametro di “potenziale quantico”, che stabilisce la traiettoria lungo la quale si muove la particella a partire dall’informazione dell’ambiente globale e in tal modo fornisce connessioni non-locali (e quindi istantanee) tra i sistemi quantistici (Bohm e De Broglie, 1990). L’equazione di Schrödinger viene scomposta da Bohm in un termine classico che riproduce la fisica newtoniana  e in una parte non classica che descrive il potenziale quantico, cioè qualcosa di simile a un’onda che fornisce informazione alla particella legandola al resto dell’universo. Il potenziale quantico rende conto degli effetti non-locali, come l’entanglement, il fenomeno della doppia fenditura e il paradosso EPR. Esso spiega la dualità onda-particella introducendo un campo di informazione in cui la particella non è in balia del caso ma è una quantità ben definita e in continua trasformazione, costantemente informata sull’ambiente che la circonda.

 

4 – Ordine implicato e ordine esplicato

Nel modello di Bohm una particella può essere visualizzata come un’onda che collassa verso l’interno dell’universo fino ad apparire una particella e poi si riespande verso l’esterno fino ad apparire come un’onda. La realtà fondamentale è un processo di apertura e chiusura, e le particelle sono solo astrazioni dal processo. L’effetto Aharonov-Bohm dimostra che l’elettrone è in grado di sentire la presenza di un campo magnetico vicino anche se sta viaggiando in regioni dello spazio dove la forza del campo magnetico è zero: l’elettrone è un’entità complessa che si muove in un soggiacente etere[4]. A distanze milioni di volte più piccole dell’elettrone – la lunghezza di Plank – , la relatività di Einstein si rompe in un reale “spazio assoluto”, un etere fatto di particelle piccolissime. Si tratterebbe del “campo zero”, o “schiuma quantica”, creata da particelle/onde virtuali sotto forma di fotoni che continuamente si producono e si annichilano come onde del mare, producendo la struttura dell’universo materiale ed energetico (Teodorani, 2007a). A questo livello, le particelle non hanno una localizzazione definita nello spazio, ma la distribuzione di un insieme celato attraverso l’intero spazio stesso. Quando uno strumento compie una misurazione sulla particella, è semplicemente perché un aspetto dell’insieme della particella si è rivelato. Ma le particelle-onde sono sostenute dall’ influsso costante di quello che Bohm chiama ordine implicato, che fa sì che il loro comportamento sia un continuo celarsi e svelarsi, in modo che esse non vanno mai perdute, anche quando sembrano essere distrutte. L’ordine implicato è la trama nascosta che sostiene l’ordine esplicato, ovvero la struttura manifesta della realtà apparente. L’ordine implicato è un universo non-locale dove le particelle-onde hanno una distribuzione probabilistica descritta da funzioni d’onda (1980). Entrambi gli aspetti d’onda e di particella sono presenti nei quantum, e il modo in cui si rivelano è determinato dall’interazione con un sistema osservante. A seguito di una misura, ad esempio della posizione, dello spin o della velocità di una particella, la funzione d’onda subisce un processo istantaneo e irreversibile per il quale non rappresenta più una sovrapposizione di distribuzioni di probabilità della particella misurata, ma viene “collassata” in una sola di queste distribuzioni.

Il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa risiede nel fatto che la loro separazione è propria di uno stato, rappresentato nell’ordine esplicato, mentre si mantengono unite nell’ordine implicato. A livello dell’ordine implicato, però, non esistono particelle separate come entità individuali, poiché avendo una distribuzione probabilistica tutte quante sono estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale, che crea la realtà manifesta del mondo in cui viviamo. L’ordine implicato esprime nei termini della fisica la stessa realtà dell’unus mundus di Jung e degli alchimisti.

  1. 1 – Il paradigma olografico

A parte la riformulazione dell’equazione di Schrödinger, Bohm non è riuscito a tradurre in un formalismo matematico la sua meccanica quantistica basata su una descrizione causale e non probabilistica; ha lasciato in eredità al matematico Basil Hiley questo compito, basandosi soprattutto sulla topologia algebrica (Bohm e Hiley, 1995). Però alcuni principi derivati dalla sua distinzione tra ordine implicato e ordine esplicato sono stati ripresi e sviluppati da altri ricercatori. Tra questi il concetto di ologramma. Un ologramma è dato dalle onde di interferenza che si formano in seguito all’incontro su una lastra o pellicola sensibile dei due rami di luce coerente di un laser separati da un beamsplitter, di cui uno illumina l’oggetto da riprodurre, mentre l’altro viene espanso da un beam expander  e va a illuminare uniformemente la lastra. Sfruttando il fenomeno dell’interferenza ottica è possibile ottenere un pattern detto di interferenza che contiene tutte le informazioni (intensità e fase) della luce proveniente dall’oggetto. Il risultato dell’incontro sono appunto delle onde che quando vengono intercettate da un terzo raggio laser restituiscono un’immagine tridimensionale dell’oggetto, che però è un’immagine virtuale. Questa immagine ha la proprietà che per quanto venga frammentata riproduce sempre l’oggetto nella sua intierezza (seppur perdendo nitidezza).

Per Bohm le linee delle onde di interferenza e la ricostruzione dell’immagine tridimensionale attraverso un terzo raggio laser sono espressione rispettivamente dell’ordine implicato e dell’ordine esplicato, poiché la rappresentazione della realtà è simile a un ologramma, mentre nell’ordine implicato è contenuto il modello ovvero lo stampo della realtà sensibile sotto forma di onde, frequenze, vibrazioni. Esso passa allo stato di esistenza dell’ordine esplicato – il mondo manifesto –attraverso l’interazione con la coscienza osservante. Quindi è l’atto della osservazione cosciente che determina la realtà, e costituisce il mondo materiale percettibile. Ma al di sotto di essa, come la tessitura di un tappeto che sta nella faccia nascosta, vi è un altro disegno, dato dalle frequenze, più che dalle immagini, l’ordine implicato che sostiene l’ordine implicato (Teodorani, 2006b).

 

 5 – Il cervello come analizzatore di frequenze

Il paradigma olografico di Bohm è stato ripreso da un neurologo, Karl Pibram, per spiegare l’enorme quantità di informazione contenuta nella memoria, che non è immagazzinabile con gli ordinari procedimenti chimico-fisici nella pur vasta rete delle cellule nervose. Egli sostiene che gli impulsi nervosi funzionano come un ologramma, in quanto non si diffondono solo lungo la via principale rappresentata dall’assone, ma anche lungo le ramificazioni secondarie che si diramano dal corpo cellulare col nome di dendriti, analogamente ai due fasci di luce laser che costituiscono l’ologramma stesso. L’irradiazione lungo i dendriti in un tessuto come quello nervoso dove le cellule sono molto addensate crea dei fenomeni di interferenza delle onde elettromagnetiche associate alla propagazione degli impulsi. La connettività dei neuroni cerebrali determina una rete caleidoscopica di schemi di interferenza che conferisce all’attività cerebrale le proprietà di un ologramma. Le infinite angolazioni che queste correnti possano assumere nelle sinapsi spiega la grandissima quantità di informazione contenuta nel cervello, poiché la semplice variazione della direzione di due impulsi elettrici modifica completamente il set di informazioni che essi veicolano (Pribram, 2013).

Si indica come trasformazione di Fourier un procedimento inventato dal matematico che porta questo nome per descrivere una funzione dipendente dal tempo nel dominio delle frequenze: essa scompone la funzione nella base delle funzioni esponenziali con un prodotto scalare, e la rappresentazione viene chiamata spettro della funzione. La trasformata di Fourier è invertibile: a partire dalla trasformata di una funzione è possibile risalire alla funzione tramite il teorema di inversione di Fourier. Grazie alla trasformata di Fourier è individuabile un criterio per compiere un campionamento in grado di digitalizzare un segnale senza ridurne il contenuto informativo: ciò è alla base dell’intera teoria dell’informazione che si avvale, inoltre, della trasformazione di Fourier (in particolare della sua variante discreta) per l’elaborazione di segnali numerici.

E’ stato dimostrato che l’apparato visivo funziona come un analizzatore di frequenze, e così l’apparato uditivo. I segnali provenienti dall’apparato percettivo vengono trasformati in frequenze.  Negli anni Sessanta del secolo scorso si è visto che ogni neurone della corteccia visiva risponde a un diverso schema del segnale in arrivo (ad esempio, alcuni alle righe orizzontali, altri a quelle verticali), e quindi è rivelatore di una certa caratteristica del segnale. Anche i movimenti vengono scomposti nelle trasformate delle loro sequenze, e poi possono essere ricomposti nell’intero. Quindi è l’intero sistema che va dall’apparato sensoriale alla corteccia primaria e associativa che funziona come un analizzatore di frequenze, e la struttura della realtà esterna che esso forma al suo interno ha le caratteristiche di un ologramma: (i) la tridimensionalità (ii) la conservazione dell’informazione nonostante la divisione dell’immagine, come si è visto con l’asportazione di una estesa parte della corteccia visiva di un gatto, che tuttavia non compromette la sua capacità di eseguire complessi compiti visivi, perché la parte restante mantiene la capacità di ricostruire l’intera immagine.

Nel paradigma olografico, la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria e ciò che esiste non è altro che un turbine olografico di frequenze, che come tali sono analizzate dai nostri sensi e che successivamente il cervello trasforma in rappresentazioni (Talbot, 1991 ). Qualcosa di simile intende Metzinger (2009) quando chiama tunnel dell’Io il modello percettivo globale costruito dalla coscienza, che funziona come un simulatore di volo che appronta per un pilota una realtà virtuale tridimensionale, con la differenza che le rappresentazioni del mondo e del Sé costituiscono la realtà vera, l’esperienza del soggetto, la sua descrizione fenomenica di un mondo che, nella sua realtà ultima, è inafferrabile e inconoscibile, come il noumeno kantiano. Il cervello è un generatore di realtà: il pilota-soggetto si costruisce una realtà virtuale, il tunnel dell’io, senza che questo fatto venga scoperto, ed è completamente perso all’interno di esso. Il tunnel è composto di un modello fenomenico della realtà esterna –  dato da un flusso continuo di input provenienti dagli organi sensoriali che viene continuamente aggiornato e che è filtrato sulla base dell’esperienza passata – e di un modello fenomenico del Sé.

 

6 – La dimensione ultima della realtà

Jung per scelta si è sempre tenuto al di fuori della cultura materialistico-positivista dominante,  tuttavia ha sottoposto le sue convinzioni spiritualiste al vaglio del confronto rigoroso con la scienza dell’epoca. In tal senso il sodalizio intellettuale col fisico Pauli si è focalizzato sulla ricerca sulla struttura ultima della realtà. Le loro speculazioni sono confluite nella teoria dell’archetipo, contribuendo ad intricarne il groviglio semantico con l’accentuazione degli aspetti metafisici del concetto. Paradossalmente questa ricerca spregiudicata ha dato ancor più adito alle critiche sulla non-scientificità dell’archetipo, postulando ipotesi difficilmente verificabili.

In un certo senso il sogno che ha mosso il sodalizio di Jung e di Pauli è rimasto irrealizzato per quel che attiene l’aspirazione a scoprire il fondamento ultimo della realtà e il luogo unificante di mente e materia. La teoria dell’archetipo ha avuto senz’altro un grande valore euristico a livello psicologico, e ha motivato generazioni di psicologi analisti, però oggi sappiamo che essa, come la pulsione, è un costrutto ipotetico, adatto ad offrire una mappa dell’accadere psichico, ma a livello sperimentale è indimostrabile.

Invece le acquisizioni di Pauli nella meccanica quantistica, in particolare quelle attinenti al suo principio di esclusione, sono state proseguite da altri fisici in un ambito di ricerche che è andato a toccare la struttura di base della realtà, in particolare i fenomeni non-locali e la descrizione probabilistica dei quanti. La meccanica quantistica da una nuova credibilità alla prospettiva idealistica secondo cui essa è condizione della realtà, poiché appunto l’atto della misurazione determina il collasso della funzione d’onda, un processo istantaneo e irreversibile per il quale non rappresenta più una sovrapposizione di stati probabilistici della grandezza misurata, ma viene “collassata”, ovvero definita, in uno solo di essi: ovvero la particella si materializza in un punto dove viene rilevata. Quindi la coscienza osservante è condizione essenziale della manifestazione del mondo. Questa prospettiva è stata sviluppata dalle teorie di Bohm, che per quanto non verificate sperimentalmente costituiscono un tentativo di approfondire il passaggio tra mondo visibile e struttura intrinseca della realtà.

 

Note

[1] Una particella subatomica o particella d’onda o quantum è così chiamata perché è un qualcosa che possiede aspetti sia di particella che di onda.

[2] In meccanica quantistica, il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce i limiti nella conoscenza e nella misurazione dei valori di grandezze fisiche coniugate o incompatibili in un sistema fisico. Esso afferma che il rapporto tra incertezza sulla posizione e incertezza sulla quantità di moto è dato dalla costante di Planck ridotta, ovvero che non si possono conoscere simultaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella elementare.

[3] L’atto della misurazione della posizione, dello spin o della velocità di una particella –  e quindi un atto che implica una coscienza osservante –  determina il “collasso della funzione d’onda” per la quale la grandezza misurata  non  è più rappresentata da  una sovrapposizione di stati probabilistici ma si definisce in un punto del continuum spazio-temporale.

[4] Qui Bohm riesuma, dandogli un significato informazionale, il concetto di etere, che come sistema di riferimento e come mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche è stato falsificato dalla teoria della relatività ristretta. Secondo Einstein  la velocità della luce nel vuoto ha lo stesso valore in tutti i sistemi di riferimento inerziali, indipendentemente dalla velocità dell’osservatore o dalla velocità della sorgente di luce, facendo quindi venir meno la necessità di postulare l’etere.

 

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Teodorani M. (2007b), Entanglement – L’intreccio nel mondo quantistico: dalle particelle alla coscienza. Cesena (FC): Macro Edizioni.

 

 

Riassunto Tra Jung e Pauli si sviluppano un percorso analitico e un sodalizio creativo con profonde influenze reciproche e conseguentemente sulla scienza contemporanea. Jung rivede la teoria dell’archetipo sostenendo che il processo psicoide è il luogo d’incontro tra soma e psiche dove mente e materia si toccano, e che nella materia sono disseminati centri di coscienza multipli. Pauli riceve il Nobel per il suo principio d’esclusione. Scoperte successive dimostrano l’implicazione di psiche e materia, come l’entanglement per cui particelle d’origine comune rimangono collegate da un inspiegabile scambio d’informazione, o il paradigma olografico, in cui il cervello funziona come un analizzatore olografico di sequenze. Il collasso di una particella elementare da una sovrapposizione di probabilità a una determinazione spazio-temporale con l’atto della misurazione supporta la concezione idealistica per cui la coscienza è condizione d’esistenza della realtà

Key words: archetipo, sincronicità, entanglement, ordine implicato/esplicato, ologramma

AbstractThe interlacement between analythic psychology and quantum mechanics. Between Jung and Pauli an analytical itineray and a creative companionship develop affecting them mutually and consequently the contemporary science. Jung rivisits his theory of the archetipe claiming the psychoid process is the intersection point of soma and psyche, where mind and matter get in touch, and that in matter  manifold centres of consciousness are scattered. Pauli is rewarded with the Nobel prize for his exclusion principle. Later discoveries stand for the interlacement between mind and matter, like the phaenomenon of entanglement, whereby quanta with the same origin keep in touch by mean of an unexplainable information exchange, or the olographic model, according which the brain works like a sequence olographic analyzer. Quantum collapsing from an overlapping probability distribution to a space-time determination following the act of measurement backs up the idealistic perspective of the consciousness as a necessary condition ot the reality.

Key words: archetype, synchronicity, entanglement, implicate/explicate order, hologram.