Invitare una psicoterapeuta con orientamento analitico junghiano a scrivere qualcosa sull’uso dell’ immagine è come invitare una lepre a correre. L’inconscio si esprime da sempre attraverso immagini, oniriche o generate  da fantasie ad occhi aperti, da libere associazioni, eppure lentamente si è guardato sempre meno alle immagini, preferendo concetti precisi da esprimere attraverso la parola.

L’ultimo libro pubblicato, scritto da Carl Gustav Jung, è ll Libro rosso: non sto qui a narrare come e perché la pubblicazione sia stata cosi ritardata nel tempo, e mi limito soltanto a constatare che questo libro contiene tante immagini, colori, riflessioni tradotte in simboli, in figure fantastiche o geometriche, che Jung non considerò come arte, bensì solo come espressione del suo vissuto. Jung scrive che un concetto non è che una pallida approssimazione, una traduzione parziale ed imprecisa di quell’immagine profonda che esso, più o meno goffamente, cerca di esprimere.(Jung e Jaffé, 1979).

Il libro dei sogni di Federico Fellini, paziente di Ernst Bernhard, medico tedesco ed ebreo, personalità brillantissima e psicoterapeuta di una folta schiera di intellettuali e di alcuni fra i più noti psicoanalisti junghiani, è pieno di meravigliosi disegni: il grande regista italiano trasportava i suoi sogni in immagini pittoriche, che, come  nei suoi numerosi films, conducevano coloro che guardavano in un mondo fantastico, che altro non era che la rappresentazione scenica e grafica di contenuti inconsci (Fellini, Kezich, Boarini, 2016).

E ancora la sand play therapy è stata una filiazione diretta del pensiero junghiano: dunque se noi andiamo smarrendo il rapporto con le immagini, rischiamo di perdere il contatto con la nostra storia profonda.

Detto questo si potrebbe obiettare che un’intera psicoterapia senza le parole non sarà mai realizzabile: ma nello scambio verbale vi è insito un pericolo, che nasce dal pensare che attraverso la comprensione intellettuale o la spiegazione verbale si possano risolvere questioni che provengono dalla parte non razionale della mente.

Evitando di sopravvalutare la parola, possiamo trovare un passaggio terapeutico per dar posto alle immagini in quei momenti in cui non è necessario tradurre in parole, discutere la situazione emotiva che va timidamente prendendo forma nella cornice della stanza di terapia.

Nel silenzio della parola, il paziente e il suo analista possono ritrovare forza, per esempio, attraverso una riscoperta delle fotografie familiari da portare in seduta.

Esaminando le foto del nostro albero genealogico, andando indietro nelle generazioni e collegando queste foto le une alle altre, prende forma sia la nostra storia individuale , cioè che cosa quella foto ha rappresentato per noi, sia una storia più ampia, che non riguarda solo noi.

Emergeranno miti e leggende, le funzioni e le immagini di tutta una storia familiare, che, se ci è permesso un pensiero creativo e quindi audace, non sarà mai solo nostra, ma avrà aspetti comuni a tante altre storie di tante altre famiglie simili e diverse dalla nostra.

Ci potremmo chiedere se la fotografia è soltanto la riproduzione di qualcosa, o se invece apre a nuove comunicazioni: come il sogno, la fotografia coglie un istante dell’infinito, rimane uguale a se stessa nel tempo, ma apre continuamente a nuove emozioni, si frammenta e si ricompone nello sguardo di chi la legge, di chi la interpreta, di coloro che la commentano. Come fra paziente e analista, fra scrittore e lettore, fra una foto e chi la guarda tutto prende forma e vita nel momento in cui fra di essi si stabilisce una relazione.

I nostri pazienti, passati e presenti, i nostri analisti, i nostri maestri sono immagini nella nostra mente che scorrono e possono essere in bianco e nero o a colori, possono riportarci il ricordo di uno sguardo, l’immagine di un gesto d’affetto e solo cosi rimangono nel nostro mondo: questo ci allieta nel pensare che un domani saremo sempre in grado di descrivere una realtà anche senza l’aiuto delle parole.

E in questa spola incessante fra mondo del lògos e mondo delle immagini scopriamo ciò che forse abbiamo sempre saputo «come se la fotografia fosse una profezia rivolta al passato» (Barthes, 2003).

Ecco che attraverso le fotografie familiari, il paziente si trasforma da vittima passiva a regista  che mette in scena una nuova realtà, nella quale forse è sempre stato immerso.

La foto portata nella stanza di terapia ci mostra come l’altro vuole essere visto, e insieme cerchiamo la sua immagine interiore: ci rendiamo conto di avventurarci in un delicato terreno di sperimentazione quando chiediamo al paziente di portare le foto familiari, ma se non riusciamo ad entrare in un rapporto autentico, a toccare con mano la sofferenza del paziente attraverso la parola, ecco che dar voce alle immagini può sciogliere nodi antichi e far ritrovare un contatto con un inconscio che finalmente bussa alla porta.

Descriviamo qui un breve flash clinico :

 

Anna, paziente dal portamento rigido e severo , non si è mai concessa una lacrima .

Allungata sulla chaise longue, mi parla spesso del suo lavoro, molto impegnativo e di responsabilità, e io cerco di seguirla, l’assecondo ascoltandola, ma in verità’ un po’ mi annoio.

Il nostro rapporto è profondo, ma concreto, fatto di fatture al termine delle sedute, di dettagli della settimana, di storie senza emozioni.

I sogni non mi vengono in aiuto, per darmi il polso del suo mondo inconscio.

Un giorno, dopo lungo tempo, chiedo di portarmi 10 foto della sua infanzia .

Ed ecco che compare, nel mucchio, la foto di una bambina, intorno un prato con la neve, forse l’ultima neve di primavera e lei, molto sola e triste nel suo cappottino blu, stringe a sé un orsacchiotto di peluche.

Quell’immagine la commuove, piange, ricorda come si sia sempre sentita sola da piccola, anche se i suoi genitori non le hanno mai fatto mancare niente.

E adesso, da adulta, uno strano senso di colpa le impedisce di lasciare la casa familiare, di andare altrove, mentre tante piccole lealtà invisibili la costringono a rimanere nell’appartamento sotto quello dei genitori.

Eppure loro non l’hanno mai capita, non l’hanno aiutata a sviluppare quel senso di sé che l’avrebbe fatta sentire piena e realizzata.

Dopo quella foto la sua voce non sarà più l’eco di un vuoto da riempire con aridi resoconti di lavoro, non ci saluteremo più consegnando la ricevuta dell’ora spesa insieme.

Parleremo  in modo diverso e ci saluteremo stringendoci la mano.

 

Ma da dove nasce questo strumento che tanto ci ha colpiti da spingerci a profanare con avi e antenati  il pur sempre prezioso e untouchable setting analitico? E da far cercare, oltre uno specchio unidirezionale, significati che non siano registrabili?

Cercheremo di spiegare di cosa parliamo quando affrontiamo il tema del genogramma fotografico.

Vedere e sentire: attraverso il confronto fra queste due modalità si potrà avere una lettura più complessa. Ciò non significa oggettivare attraverso l’immagine la famiglia o presentificarla in seduta, ma ottenere aspetti diversi dai contenuti verbali e dalla storia narrata. E se un terapeuta ad orientamento analitico cercherà oltre l’immagine ufficiale, il terapeuta sistemico-relazionale non guarderà soltanto attraverso lo specchio, ma cercherà anche vissuti che non sono registrabili.

A partire dalla modalità con la quale i pazienti portano, su richiesta del terapeuta, le foto in seduta avremo già uno strumentario diagnostico rilevante, che si allontana dal canale verbale per aprire un territorio emotivo e  che può utilizzare un linguaggio metaforico e metaverbale preciso.

La fotografia è dunque uno strumento di fermo immagine che nasce nel 1839: prima di allora era la pittura che svolgeva tale funzione, poi la fotografia ha permesso a tutti di fissare una serie di immagini nella propria vita, conservarle e sostituire gradualmente con la memoria visuale la vecchia memoria orale.

Ogni foto non è una copia della realtà, è un’affermazione visuale soggettiva (De Bernart, 2013).

E’ possibile dunque affermare che si tratta della trasformazione di un mondo reale in uno simbolico.

Si chiede al paziente di portare 30 foto : è chiaro che stiamo facendo una valutazione su 3/10 di secondo del tempo reale di vita, che è circa 150 anni, visto che la storia della famiglia arriva fino alla terza generazione.

Ciò che in fondo assume importanza in terapia non è tanto portare le foto, quanto tutto il lavoro che definisce il loro recupero, la scelta di alcune e l’eliminazione di altre.

Il genogramma fotografico si ispira infatti al viaggio a casa di Murray Bowen (1979), il quale suggeriva ai suoi pazienti di tornare a casa, di riprendere contatto con la propria famiglia d’origine, di cambiare i sistemi rigidi ed i ruoli fissi che la famiglia del paziente aveva creato, per permettere di rientrare in contatto con parti della famiglia che si erano un poco trascurate o addirittura perdute nel tempo. Il tutto poi veniva rielaborato successivamente in un gruppo di pari all’interno di un training condotto da un didatta. Era una modalità a ponte con la psicodinamica e riprendeva la storia personale familiare.

Nel ricercare e raccogliere le fotografie può subentrare un aspetto faticoso e doloroso trattandosi di parti della famiglia che magari hanno rotto i legami con la nostra famiglia nucleare o di origine, ed entrarvi in rapporto non è semplice, alle volte si creano piacevoli sorprese, stabilendo rapporti nuovi o curando e risanando antiche ferite. Comunque, c’è la necessita di entrare in contatto, di recuperare il rapporto e poi scegliere tutto il materiale che è abbastanza cospicuo (a volte si tratta di migliaia di fotografie), riguardante la nostra generazione, quella dei genitori, nonni e volendo anche bisnonni.

Fatta la scelta, le foto vengono presentate: in terapia, o fra gli allievi in formazione presso l’Istituto, ogni singola foto viene fatta girare di mano in mano mentre il portatore dell’immagine spiega brevemente il contenuto della foto o sceglie di restare in silenzio, e infine le foto vengono via via disposte per terra nella forma di albero genealogico. Un primo livello di scelta quindi, a cui fa seguito una presa di contatto attraverso la presentazione e un ultimo livello di lettura prima della disposizione finale.

Nella clinica, specialmente là dove si presenta un setting analitico, diventa difficile “animare “ la stanza specialmente se paziente ed analista non lavorano vis a vis ma secondo la disposizione classica del setting con il paziente sul lettino. In questa cornice la lettura delle foto è diretta, comune e condivisa ,e il dialogo avviene sul commento, ma se riusciamo ad essere interpreti sufficientemente provetti il paziente potrà rivelarsi attraverso le immagini.

Nella formazione sistemico relazionale sussiste invece il divieto di parlare non tanto sulla lettura della foto che il didatta o i colleghi fanno, quanto sulla restituzione finale, che, in un gioco forse più intrapsichico che relazionale, dovrà lavorare nel tempo in maniera meno immediata e diretta nello scenario interno dell’allievo, come se simbolicamente le foto avessero un senso riferibile al “non ancora”. Ed in questo protendersi in uno stadio diverso e ulteriore, la parola non deve anticipare il non- ancora- vissuto.

Nella clinica sistemica i modi di lettura possono essere due : il primo è contestuale , cioè mentre la foto viene presentata si ha una sua lettura e commento da parte di chi la presenta, così come un eventuale  altro commento  del terapeuta o dell’altro partner se la terapia è di coppia. Oppure le foto possono essere presentate senza commenti e commentate successivamente in toto. O ancora, si possono fare entrambe le cose, cioè un primo commento e poi un secondo.

Non esiste un” brevetto” sul genogramma fotografico, e forse quest’articolo porterà il lettore scettico a considerazioni sbrigative e sommarie, l’importante è riuscire ad intuire che attraverso il canale simbolico-metaforico viene analizzata la vita di una persona, osservandone l’evoluzione nel tempo, la trasmissione di valori, l’importanza di figure significative ed i progetti che il futuro ancora riserva.

Nel ciclo di vita di una persona qualcosa cambia, qualcosa rimane immutato: vicinanze e lontananze, assenze e presenze, espressioni che restano identiche o che cambiano e si trasformano negli anni ci guideranno in una modalità di lavoro che ormai è da venti anni fecondo terreno di sperimentazione, al punto che l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze ha deciso di dar inizio ad un contesto di ricerca in cui la clinica e la didattica avranno un campione che lavorerà attraverso le immagini privilegiando il canale non verbale e un gruppo di controllo che lavorerà senza l’uso dell’immagine per confermare speriamo quelle che sono state le intuizioni ed hanno prodotto risultati.

L’uso dell’immagine abbrevierebbe di circa un terzo la durata del processo terapeutico e ne aumenterebbe invece l’efficacia. Di quello che si ascolta ricordiamo il 20%, di ciò che vediamo ricordiamo il 30%, di quello che vediamo e ascoltiamo il 50%. Attraverso le immagini non torniamo ad un tempo che fu, ma trasformiamo e convertiamo la nostra energia psichica “in progetti di esistenza, in strutture possibili, in abbozzi formali del futuro”.

Riprendendo il discorso teorico la terapia sistemico-relazionale fin dall’inizio ha significato, a differenza di altre forme di psicoterapia, poter vedere ciò che si faceva, e meno sul racconto e sul vissuto come avviene più facilmente in terapia individuale. Ma a ben guardare, anche Jung, nella sua autobiografia scritta a quattro mani con A. Jaffè, Ricordi, sogni e riflessioni (1961), si accorgerà di aver di aver trascorso gran parte della sua vita cercando di far luce e di spiegare le immagini che lo avevano catturato da piccolo e gli avevano aperto una finestra sul mondo “altro”, per lui vivo e reale .

Il simbolo freudiano, scriverà Mario Trevi (1986), è solo un segno che indica una realtà e la sostituisce mediante un complesso linguaggio immaginativo. Il simbolo junghiano non è sostitutivo di alcuna realtà, è esso stesso realtà psichica in quanto progetto, in quanto spazio formale che può ospitare una trasformazione. E ancora scriveva Jung:

«Mi è sempre sembrato di dover rispondere a problemi che il destino aveva posto ai miei antenati, e che non avevano ancora avuto risposta, o di dover portare a compimento, o anche soltanto continuare , cose che le età precedenti avevano lasciato incompiute» (Jaffè, 1961, p. 281).

 

Illustreremo, sulla scia di quest’ultima citazione, un flash clinico nel quale invece di convocare le famiglie di origine di una coppia in terapia, che chiameremo Anna e Paolo, viene chiesto di portare le foto familiari (De Bernart, 2001):

 

La madre di Anna veniva rappresentata nella foto recente come una donna trascurata, dal volto scontento, mentre da giovane era ritratta come una bella donna, che forse nel tempo aveva cominciato a pensare non valesse più la pena curarsi per tenere legato a sé il marito.

Un uomo non bello quest’ultimo, che nell’immagine che li ritraeva il giorno del matrimonio non sembrava contento, ma che poi, con le figlie piccole, una in braccio e l’altra attaccata ad una gamba, appariva come un uomo soddisfatto di sé.

Nelle immagini che ritraevano la coppia genitoriale nessuna serenità.

La famiglia di lui sembrava molto diversa nelle foto: il padre alto, imponente dall’aria onesta, la madre altezzosa, il naso all’insù, elegantemente vestita, quasi a ricordare l’antica e ricca famiglia da cui proveniva.

Severi nella foto delle nozze.

Nessuno dei due particolarmente interessato ai figli: foto in posizioni rigide, rari abbracci nelle immagini con i due figli piccoli.

Nessuna armonia nelle foto che ritraevano il padre e la madre insieme.

Il fallimento del matrimonio di Anna e Paolo di quali altri legami infelici si stava nutrendo ?

La diversità dei modelli familiari aveva lentamente eroso l’iniziale immagine che uno aveva dell’altro e l’infelicità aveva messo radici nella loro coppia.

Entrambi decisero di trovare sentimenti diversi dalla rabbia, dalla noia e dalla disperazione per utilizzare la loro crisi in senso evolutivo.

I pazienti optarono per un percorso che permettesse loro di comprendere gli errori commessi e smettere di tramandare miti familiari, abbandonando immagini ideali riguardanti un’inesistente famiglia perfetta.

 

Vogliamo concludere ricordando un pensiero che James Hillmann ci comunicò che riassume ed esprime questo nostro comune sentire:

«Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista come una sequenza di immagini: chiede innanzitutto di essere guardata. Anche se ciascuna immagine è certamente pregna di significati e suscettibile di un’analisi, quando saltiamo ai significati senza apprezzare l’immagine perdiamo un piacere che non potrà essere recuperato da nessuna interpretazione per quanto perfetta» (1997)

 

 

Bibliografia:

Barthes R. (1980). La camera chiara. Note sulla fotografia. Einaudi, Torino, 2003

Benjamin W. (1936), L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Einaudi, Torino, 2014.

Bowen M. (1974). Dalla famiglia all’individuo. Astrolabio, Roma, 1979.

De Bernart R. (2001). Il letto a sei piazze. Psicobiettivo, 1, I, Cedis, Roma.

De Bernart R. The photografic genogram. In: Loewenthal D. (editor). The Therapeutic Photografy in a digital era. Routledge, Londra, 2013.

Hillmann J. (1997). Il codice dell’anima. Adelphi, Milano, 2009.

Jaffè A.(curatore, 1961) Ricordi, sogni, riflessioni di C.G.Jung. Rizzoli, Milano, 1978.

Jung C.G. (autore), Jaffè A. (curatore, 1979) Immagini e parola. Edizioni Magi, Roma, 2003.

Jung C.G. (autore), Shamdasani S. (curatore, 2009). Il Libro rosso. Bollati Boringhieri, Torino,2010

Fellini F. (autore), Kezich T. e Boarini V. (curatori, 2016). Il libro dei sogni. Rizzoli, Milano, 2016

Stern D. (2004). Il momento presente. Raffaello Cortina, Milano, 2005

Trevi M. Metafore del simbolo. Raffaello Cortina, Milano,1986.

 

 

 Riassunto Gli autori spiegano come è nato il loro interesse per le immagini. Entrambi psicoterapeuti, passando attraverso concetti quali conscio ed inconscio,implicito ed esplicito,energia ed istinto,funzioni e relazioni, hanno capito che, stranamente, quando si lavora con le parole, il linguaggio verbale è astratto, ma anche preciso e che la nostra mente, la nostra psiche comunicano anche attraverso immagini concrete, meno precise. L’immagine porta con sé fantasie, pensieri e dolori, quasi a formare “un nuovo inconscio ottico”(W.Benjamin), o come oggi lo chiamiamo con Stern, un” conoscere relazionale implicito”. L’articolo spiega come gli autori lavorano con le immagini in psicoterapia e come quest’ultime possono cambiare bisogni e paure. Attraverso il lavoro con le immagini gli autori offrono un diverso modo di conoscere se stessi, lontano dalla “brillantezza”delle loro stesse  parole

Parole chiave: immagini, parole, fotografie, genogramma, conoscenza implicita relazionale

Abstract Passion for images The authors would like to explain why their interest for images began.

As psycotherapysts they speak trough conceptual ideas, conscious and unconscious, implicit and explicit, energy and istinct, functions and relationships

They realized that strangely, when they work with words, the language is abstract but precise, and our mind and our psyche speak through concrete but not precise images.

Images project fantasies, thoughts and pains, creating a new optical unconscious (W:Benjamin)or as we call it today with Stern”implicit relational knowing”

They show how they use images in psicotherapy and how these images can change needs and fears .

In this paper the authors try to offer a different way of self consciousness, distance themselves from the “brilliance 2of their own words [key words:, images, words, photos, genogram, implicit relational knowing]