La fonte mercuriale, prima illustrazione del Rosarium Philosophorum

 

1 – Recenti re-visioni del pensiero di Jung 

Sonu Shandasani nel suo testo Jung e la creazione della psicologia moderna (2007) mette in evidenza che la trasmissione del pensiero di Jung si basa su una notevole incompletezza rispetto agli inediti. Inoltre ritiene che molte delle traduzioni delle opere di Jung non siano fedeli all’originale, e avverte che la pubblicazione delle lettere riguarda solo una minima parte di quelle che sono pervenute. In attesa che il lavoro di Shandasani ci restituisca il pensiero del vero Jung, la Psicologia Analitica si è diffusa differenziandosi in tanti rivoli: alcuni che si intersecano tra loro, altri più o meno divergenti, ciascuno trovando un radicamento nel pensiero di Jung, e ricercando una risposta ai bisogni complessi di soggetti che vivono in una società complessa, come è quella attuale. In questo senso la tradizione junghiana si è avvalsa del lavoro di studio e di approfondimento fatto dagli Junghiani, a partire dall’Istituto di Zurigo, nei centri sorti e proposti allo studio della Psicologia Analitica o Psicologia del Profondo, come viene denominata la psicologia di Jung. Dal centro di Zurigo nato intorno a Jung, il pensiero junghiano si diffonde in varie parti del mondo. In Italia il primo gruppo, all’inizio, si aggrega intorno a pochi cultori e, successivamente, si organizza in centri a Roma e Milano. Nel frattempo Boringhieri a partire dal 1969 ha cominciato la traduzione delle opere complete di Jung che usciranno, in genere, al ritmo di un volume ogni anno. Con le parole di Shandasani:

«Sebbene Jung avesse un forte senso della possibilità di una disciplina della psicologia complessa, esprimeva scetticismo sulla possibilità di una scuola di psicoterapia junghiana» (ibid., p. 402).

 

Dunque non facilitò l’istituzione di corsi di formazione, ma neppure si oppose sostenendo che «se si dovevano creare delle organizzazioni, spettava a loro di rappresentare accuratamente le sue idee» (ibid., p. 403) e che «se un’idea centrale è viva in sé allora realizzerà la propria vita sia nell’istituto sia fuori da esso tanto a lungo quanto rimane viva» (ibid., p. 406).

Importante era mantenere aperta la collaborazione con esponenti del pensiero junghiano e studiosi impegnati in altre discipline, essendo la psicologia il fondamento di ogni conoscenza, la disciplina che unifica il cerchio delle scienze.

Gli scritti di Jung raccolti in Colletted Works, denominati conseguenzialmente da Jung “la bara” (MacGuire e Hull, 1979), rappresentano il tentativo di racchiudere una materia così sottile come quella rappresentata dai processi psichici. Il pensiero di Jung rifugge da un assetto sistematico non adeguato a cogliere gli aspetti della psiche,  ma si espande da punti nodali, delineati e ripresi in fasi successive, in cui trovano integrazione quegli elementi che emergevano dall’esperienza terapeutica e dalla ricerca, mai interrotta, in ambito psicologico, antropologico, filosofico, su testi contemporanei e antichi, in una sorta di accomodamenti successivi.

Inoltre il linguaggio si presenta complesso: Jung cede solo raramente a un pensiero indirizzato, ma si affida a immagini evocative per definire gli elementi che costituiscono la psiche come anima, animus, ombra. E per dar conto del transfert utilizza un antico testo alchemico, il Rosarium philosophorum, con il quale indica le fasi del processo di individuazione, cioè il processo attraverso il quale si sviluppa la propria individualità mediante il dialogo tra l’io e l’inconscio[1].

Jung si lascia convincere a dettare la sua biografia e la scrive solo per la parte che riguarda i primi ricordi, per significare il nesso inscindibile tra vita e opere, sottolineando l’inevitabile presenza della soggettività dello psicologo in ogni teoria psicologica. In tal modo, come scrive M. Giannoni, lascia agli junghiani un “mito”, il mito junghiano, una sorta di vita esemplare, un modello a cui ogni junghiano, più o meno consapevolmente, tende a rifarsi:

A questo punto l’individuazione, lo sviluppo della propria individualità mediante il dialogo tra Io inconscio è non solo uno dei nodi teorici che sostengono l’edificio junghiano, ma anche una certezza emotiva radicata nella propria analisi personale, nell’appartenenza a quell’universo simbolico-culturale che è lo junghismo (Giannoni, 2011).

Jung per primo aveva indicato la necessità di un’analisi didattica per l’esercizio della psicoterapia. Il carattere in progress del suo pensiero chiarisce la sua posizione rispetto l’integrazione della teoria nella pratica clinica; naturalmente la teoria non può determinare lo sviluppo di un’analisi a cui invece deve essere adattata caso per caso.

 

 

2 – La tradizione neo-junghiana nella prospettiva post classica e post moderna

La vasta comunità junghiana che emerge dallo studio e dalla pratica della psicologia analitica è identificata dal testo di Andrew Samuels del 1985, Jung e i Neojunghiani, in scuole ormai note: archetipica, classica, psicologico-evolutiva. La formulazione delle scuole si articola su un modello che mette in risalto le differenze individuali,

«ma le descrive con una coerenza e coesione tali da consentire ai profani di introdursi alle problematiche neojunghiane e di permettere al dibattito interno un grado più elevato di ordine, strutturazione e riflessione10».

Gli aspetti selezionati rispetto alla clinica sono:

  • il transfert e il controtrasfert
  • esperienze simboliche del Sé
  • esame di immagini altamente differenziate

Rispetto alla teoria:

  • la definizione di ciò che è archetipico
  • il concetto di Sé
  • lo sviluppo della personalità

La differenza delle varie scuole è costituita dalla diversa centralità che, in ciascuna di esse, assume un tema sia nella clinica che nella teoria, lasciando gli altri sullo sfondo.

Dei tre indirizzi, su cui si è sistemata la Psicologia Analitica, un particolare interesse riguarda la scuola psicologico evolutiva. Se per gli altri due indirizzi la psicologia Junghiana trova continuità nello sviluppare gli stessi suoi presupposti, la scuola psicologico-evolutiva (che ha trovato il suo humus particolarmente nel mondo anglosassone) si è sviluppata ricercando, nella propria tradizione, gli elementi che possono coniugarsi con altre teorie, in un processo di ricerca che non snaturi gli assunti di base della propria “tradizione”, ma rilegga i propri in modo sintonico ad altre teorie. Nella prima parte di questo lavoro si è messo in rilievo come la psicoanalisi, e successivamente la psicologia analitica, nascano e rispondano a elementi profondi del proprio tempo, integrando aspetti rimossi dalla cultura collettiva, in un procedere successivo di accomodamenti e sviluppi. La psicoanalisi di Freud è nata in reazione, e si è imposta contro una morale vittoriana che, riducendo a solo comportamento le azioni umane, sviliva e alterava ogni rapporto dell’uomo con sé stesso. Abbiamo poi sottolineato come Jung abbia completato l’opera nel restituire e riconoscere valore alla creatività umana nella sua estensione. Come questi passaggi abbiano contribuito ai cambiamenti del modo di sentire e di vivere: contribuendo a quella che è stata indicata come mutazione antropologica. Quindi si è messo in rilievo come la teoria della cura della psiche abbia un profondo legame con il proprio collettivo per poter mantenere viva l’idea su cui si poggia. La ricerca, inoltre, illumina, e talvolta non conferma, presupposti teorici fondamentali, e quindi anche le ipotesi iniziali su cui poggiano le teorie hanno bisogno di essere rilette e riformulate. Questi sono i problemi che si pongono anche nel passaggio al post-classico e al post-moderno.

 

2.1 – La matrice relazionale

Le trasformazioni profonde che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo, di ordine innanzitutto culturale, sociale ed economico, hanno fatto sì che la dimensione relazionale acquistasse un ruolo sempre maggiore nel nostro modo di rappresentare l’esistenza e, dunque, anche la nostra vita psichica. A questi mutamenti ha corrisposto, nella cultura psicoanalitica, un’attenzione più accentuata alle dinamiche attraverso le quali il soggetto sperimenta la relazione con l’oggetto (Fairbairn, 1940; Sullivan, 1953; Mitchell, 1993). Attenzione che ha progressivamente condotto alla formulazione di modelli teorici che fondano le basi affettive dell’identità personale nelle precoci interazioni madre-bambino (Winnicott, 1960; Khan, 1963; Fordham, 1969; Bollas, 1987), le quali presentano il modello originario e fondamentale della dimensione relazionale dell’esistenza (Albani e Gullotta, 2008, pag. 15).

Dunque le relazioni del soggetto con l’ambiente sono fondanti nel determinare lo sviluppo della personalità, e la relazione assume sempre più importanza dal punto di vista teorico e clinico.

Il definirsi e porsi del presupposto relazionale come matrice della vita psicologica pone, accanto alla tradizione della Psicoanalisi, un diverso modo di leggere e quindi interpretare i mutamenti che avvengono nell’orientamento collettivo:

  • uno di derivazione freudiana ci presenta una concezione “forte” della natura e dell’esperienza umana. Ogni uomo è raffigurato come un coacervo di tensioni fisiche di carattere asociale, rappresentate nella mente sotto forma di desideri sessuali e aggressivi che cercano di farsi strada per manifestarsi. Noi viviamo all’interno del contrasto tra questi desideri e le esigenze secondarie, più superficiali, della realtà sociale; anche il nostro pensiero è un derivato e una trasformazione di queste energie primitive animalesche. La mente è formata da complessi ed eleganti compromessi tra l’espressione degli impulsi e le difese che li controllano e l’incanalano. L’indagine psicoanalitica classica implica uno svelamento e una definitiva rinuncia agli impulsi istintuali infantili? Tale pensiero vede la costruzione della civiltà in un accomodamento successivo del contrasto tra questi desideri e le esigenze secondarie, più superficiali, della realtà Considera l’Anatomia come un destino (Mitchell, 1993, p.3).
  • L’altro, che si è andato definendo secondo un paradigma relazionale, in cui l’individuo è un essere costruito e inevitabilmente inglobato in una matrice relazionale con le altre persone, che lotta per mantenere i suoi legami con gli altri e per differenziarsi da essi. In questo caso il desiderio è vissuto nel contesto delle relazioni che ne definiscono il significato. Nel modello relazionale la biologia e i processi interpersonali costituiscono cicli perpetui di influenza reciproca. In questa prospettiva «il corpo ospita processi mentali che si evolvono in un contesto sociale, il quale a sua volta definisce i significati soggettivi delle parti del corpo e dei processi fisiologici: tali significati rimodellano la vita mentale» (, p.6).

E l’indagine proposta dal testo Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica di Greenberg e  Mitchell (1987) nel mettere ordine nel mondo psicoanalitico, evidenzia le varie teorie rispetto al loro apparato teorico, e lascia emergere le due nervature che percorrono la storia del movimento psicoanalitico, riferibili:

  • una (originata da Freud) secondo la quale le dinamiche relazionali poggiano sulle pulsioni
  • l’altra per la quale le relazioni sono un prius (inaugurata da Sullivan e Fairbain).

La teoria delle pulsioni come modello individualistico e modello strutturale delle relazioni come paradigma relazionale (bipersonale). È chiaro che in certi ambiti le due teorie possano sovrapporsi, mai perdendo però il loro assunto di base nell’indicare la fonte della strutturazione dell’esperienza           e della formazione del significato.

I due paradigmi che abbiamo indicato ci servono a monitorare cosa c’è di nuovo nelle teorie c ciò che le differenzia.

 

3 – Aspetti della psicoanalisi relazionale nella psicologia di Jung

Dalla disamina delle scuole proposta il lavoro di Greenberg e Mitchell resta fuori la psicologia junghiana e come argomenta Giannoni (2011) si può pensare che i due autori si siano trovati difronte ad un pensiero che procede per dicotomie, complesso e inusuale, su cui il loro parametro non trovava applicazione.

Se applichiamo tale prospettiva al pensiero di Jung vediamo che, nonostante l’assetto monopersonale si possa porre come carattere prevalente, sussistono, nel pensiero e nella pratica terapeutica junghiana, aspetti rilevanti che si declinano in ambito relazionale bipersonale.

Abbiamo visto come gli interlocutori di Jung, negli incontri con lui, abbiano recepito e sottolineato l’interesse per l’altro, la disponibilità all’ascolto manifestato da Jung, pari al suo bisogno di trasmettere il proprio pensiero e testimoniato da quanto riportato dal testo che ci è servito da guida. Questa disponibilità poggia su una diversa concezione dell’inconscio e più globalmente sulla visione dell’uomo da parte di Jung. L’inconscio non era costituito da «un magma di difese e di istinti rimossi, ma da aspetti di totalità e da una creatività germinale» (ibid., p. 201). È su questa base che, fin dall’inizio, il rapporto con il paziente si configura in Jung in modo completamente “altro” rispetto alla tecnica suggerita da Freud. Il terapeuta junghiano, animato da questa convinzione è in ascolto attento, non animato dal sospetto sfiduciato, e cercherà con attenzione i simboli di possibili evoluzioni. Il paziente nell’ottica junghiana è portatore di un credito positivo che attende di essere riconosciuto (ibid, p. 206).

Concepire la propria vita come un’autorealizzazione dell’inconscio e, quindi, vedere il proprio sviluppo come la realizzazione di qualcosa già predisposto, corrisponde al paradigma monopersonale. Allo stesso modo è al processo di individuazione, guidato dall’archetipo della coniunctio, a cui è affidato il processo di integrazione tra coscienza e inconscio e quindi alla realizzazione di Sé. Ma se Jung lega il processo di individuazione all’archetipo della coniunctio, quindi a forze impersonali, per dare una validità oggettiva al processo, e con esso alla propria psicologia, è come quando lo scienziato che vuole validare la propria creatura, ha accanto il clinico che sa come la dissociazione non sia un evento raro, ma la regola del funzionamento psichico: ciò che cambia è la reversibilità e l’intensità della dissociazione stessa. Da questo punto di vista la relazione terapeutica, come ogni altra relazione profonda, comporta un’interazione in cui aspetti dell’uno finiscono nell’altro, e anche il terapeuta non è sottratto a questa possibilità. Infatti anch’egli è portatore di aspetti dissociati proiettati sul paziente. Dunque, la psicoterapia come sicuramente interattiva e come il coinvolgimento dell’analista sia indispensabile. Così come indispensabile al processo è il contagio psichico, necessario ad ogni cambiamento.

È intuibile, inoltre, una visione del transfert, in cui parti non ancora sviluppate sono capaci di trovare una loro forma espressiva nel campo relazionale, e questo costituisce un’ulteriore punto di convergenza con la psicoanalisi relazionale. 

  

4 – Summa dei neo-junghiani[2], post-junghiani, junghiani post-moderni

Dunque, si è iniziato un percorso che ha risposto alla necessità di integrare e riformulare un sapere teorico più vasto e meno settario. Questo percorso è stato portato avanti all’interno del CIPA da un gruppo di lavoro Dialoghi di psicologia analitica che si è raccolto intorno a Giannoni, che ne è stato la guida. Il gruppo ha promosso lo studio e la disamina dei testi di quegli autori relazionali che si sono presentati più sintonici al pensiero di Jung, e di testi della psicoanalisi classica stimolanti rispetto agli interrogativi che pone il lavoro clinico.

Questo è avvenuto in una situazione trasversale, che ha coinvolto analisti dell’AIPA e di altre associazioni. Lo sviluppo del dialogo tra le psicologie ha fatto emergere come, con le parole di Lingiardi:

«la psicologia analitica faciliti gli approcci interdisciplinari e la creazione di costruzioni teoriche più integrate. Come ha scritto Jung (1928, p. 69) un progresso comincia sempre con un’individuazione, cioè quando un individuo cosciente del suo isolamento, imbocca una nuova strada passando per luoghi fino a quel momento mai trascorsi» (Lingiardi, 2007, pp. 318-19).

 

È questo il riconoscimento del carattere in progress del pensiero di Jung privo della rigidità rispetto a una ortodossia.Si è cercato, quindi, di delineare come la psicologia e la psicoterapia, profondamente intrecciate al pensiero e alla cultura occidentale e originate nei grandi sommovimenti che l’hanno attraversate nel loro articolarsi, si sono mantenute essenziali per la comprensione e lo sviluppo delle società occidentali.

 

Note

[1] Il Rosarium philosophorum, detto anche Rosario dei filosofi, è un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova (1235-1315) famoso medico e alchimista dei suoi tempi. Il significato e lo scopo del processo individuativo è la realizzazione della personalità, originariamente celata nel germe plasma embrionale, in tutti i suoi aspetti: la produzione e l’affermazione dell’originale, potenziale, totalità.

[2] La denominazione neo-junghiani fa salva la diffidenza di Jung circa la scuola e la ripetizione di ciò che è individuale, sul fatto di sentirsi lui l’unico junghiano.

 

Bibliografia

Albani F., Gullotta C., Studi Junghiani. Trauma complesso e dissociazione, 27-28 gennaio–dicembre 2008

Bollas C., The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unthought Know, (s.l.) 1987. Traduzione italiana di Molino D., L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Borla, Roma 2001

Fairbain W.R.D., Comprension Psicodinamica de Los Estilos de Personalidad, (s.l.) 1940. Traduzione italiana di Bencini Bariatti A., Fattori schizoidi della personalità, in Studi psicoanalitici della personalità, Bollati Boringhieri, Torino 1992

Fordham M., Technique and CounterTransference, Londra 1969. Traduzione italiana di Lippolis Sidoni M., Il bambino come individuo, Sansoni Editore, Firenze 1979

Giannoni M., Psicoanalisi relazionale e psicologia junghiana in Lingiardi V., Amidei G., Caviglia G., De Bei F. (a cura di), La svolta relazionale. Psicologia relazionale e psicologia Junghiana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011

Greenberg J.R., Mitchell S., Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, traduzione italiana di Mattioli C., Il Mulino, Bologna 1987

Jung C.G., Opere. Vol VIII: La dinamica dell’Inconscio, (s.l.) 1928. Traduzione italiana di Daniele S., Aurigemma L. (a cura di), Bollati Boringhieri, Torino 1977

Khan R., The Concept of Cumulative Trauma, in The journal of “The Phychoanalytic Study of the Child”, 1963. Traduzione italiana di C. Varon Ronchetti, Il concetto di trauma cumulativo, in Lo spazio privato del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1979

Lingiardi V., The dremining gender:restoration and trasformation, in Studies in Gender and Sexuality, 8(4), (s.l.) 2007a

Lingiardi V., Amidei G, Caviglia G., De Bei F. (a cura di), La svolta relazionale. Psicologia relazionale e psicologia Junghiana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011 

MacGuire W., Hull R.F.C. (a cura di), Collected Works of C.G. Jung, Princeton University Press 1979. Traduzione italiana di Schanzer E., Aurigemma L., Jung: Opere, Bollati Boringhieri, Torino 1991

Mitchell S.A., Ralational concepts in psychoanalysis, Harvard University Press, 1988. Traduzione italiana di Rivolta S., Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi – per un modello integrato, Bollati Boringhieri, Torino 1993

Shandasani S., Jung e la creazione della psicologia moderna. Il sogno di una scienza, Magi Edizioni, Roma 2007

Sullivan H.S., The Interpersonal Theory of Psychiatry, Norton, New York 1953. Traduzione italiana di Mezzacapa D., La teoria interpersonale della psichiatria, Feltrinelli, Milano 1977

Winnicot D.W., Child Psychology and Psychiatry, Pergamon Press Ltd, Great Britain 1960. Traduzione italiana, La teoria del rapporto infante-genitore in sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma 1994

 

Riassunto Si è delineato come la trasmissione del pensiero di Jung sia avvenuta in accordo con quanto da lui indicato, cioè «se si devono creare delle organizzazioni spetta a loro di rappresentare accuratamente il suo pensiero» e «se un’idea centrale è viva in sé allora realizzerà la propria vita sia in un istituto che fuori da esso e realizzerà la propria vita tanto a lungo quanto sarà viva». Questo ha comportato che i diversi rivoli in cui si è disposta la tradizione junghiana si sviluppassero scegliendo l’idea sentita da essi più viva, e lasciando sullo sfondo gli elementi comuni fondanti. Ciò ha permesso l’articolazione dei vari temi e l’incontro con altre tradizioni sulla base di possibili convergenze.

Parole chiave: tradizione, individuale, relazionale, monopersonale, bipersonale.

 

Summary Jungians, neo-jungians, postjungians and post-modern jungians This paper outlines how the tradition of Jung thought  has come about with regard of his recommendations, that is to say «if we are to set up organizations, they have to represent accurately his thought » and «if a core idea is living for itself then it will fulfill its life both inside an institution than outside of it and will fulfill its life as long aa it will survive». This assumption has brought about the several streams where the jungian tradition has settled  to unfold themselves according the idea they felt as the most pregnant, and to leave behind on the background the common foundative items. This has allowed the framework in various themes and the encounter with other traditions on the basis of possible meeting points.

Key words:  tradition, individual, relational, mono-personal, bi-personal.