Disegno di Filemone, la guida spirituale del Libro Rosso

Il testo pubblicato da Adelphi Jung parla[1] mantenendosi fedele al programma enunciato dal titolo stesso, fa uscire Jung dalle celebrate quanto complesse Collected Works[2] e lo restituisce nella immediatezza in cui porgeva il suo pensiero nelle conversazioni con amici e allievi ma anche con personaggi del mondo della cultura come Eliade, Victoria Ocampo, e lo stesso Moravia. Il testo raccoglie interviste rilasciate nel corso della vita a persone e a istituzioni diverse, in occasioni diverse e in luoghi diversi: dallo studio di Jung, nella propria abitazione a Kusnacht, a università americane, nel corso della vita. Sono inoltre presenti registrazioni di conferenze, anche esse tenute in luoghi diversi e per soggetti diversi su argomenti diversi. Tutto questo materiale venne raccolto in ordine cronologico alla metà degli anni ’60 dopo la morte di Jung avvenuta nel 1961, a 85 anni, quando era  già in corso la sistemazione delle Opere complete. La raccolta delle testimonianze più immediate del pensiero di Jung fu curata da William MacGuire e R.F.C. Hull.

Il testo ha potuto mantenere il registro colloquiale perché non appartiene alle Collected Works.   Il materiale raccolto non è stato sottoposto all’approvazione di Jung, ma si è allo stesso tempo avvalso, nella prima fase della sua stesura, della revisione dei curatori dei Collected Works.

Possiamo immaginare quanto l’intento e il risultato di questo testo sarebbe stato gradito a Jung dalla sua esclamazione «sembra una bara»[3] espressa a commento della presentazione del primo libro di Collected Works da parte di Jack Barret, della Fondazione Bollingen.

Dunque il modo di porsi di Jung traspare dal carattere immediato della testimonianza sia di chi parla che di chi ascolta, perché entrambe le situazioni sono riportate e lasciano emergere i tratti di devozione e ammirazione degli allievi come le notazioni degli interlocutori. Jung è colto sia nei comportamenti tenuti nelle situazioni ufficiali che in quelle più intime, riservate a coloro che lo incontravano nel suo studio. E da queste testimonianze è restituita anche la molteplicità degli interessi di Jung.

Jung parla ci riporta la capacità di sintesi ed efficacia che trova in queste circostanze rispetto ai temi più significativi del suo pensiero.

Il testo, edito nel 1977 per la Princeton University Press, e poi acquisito da Adelphi, è uscito in una prima edizione italiana nel marzo 1999.

La parte più pura rispetto alla trasmissione del pensiero di Jung è costituita dalla trascrizione delle registrazioni delle interviste, una trascrizione complessa perché richiedeva di comprendere la lingua inglese parlata da uno svizzero.

La stessa fedeltà delle interviste giornalistiche nella raccolta va accettata sulla fiducia e valutata in base alla reputazione professionale dell’intervistatore o alla verosimiglianza del risultato.

Fatte queste premesse passiamo ora all’esperienza che emerge della lettura di questo importante documento.

Le impressioni degli interlocutori, quando si tratta di visitatori ricevuti da Jung nel proprio studio, riferiscono anche i caratteri dell’ambiente, alcune si estendono al percorso verso la stessa abitazione e, a seguire, si soffermano sulla situazione più intima dell’incontro, nelle abitudini dell’ospite solito mantenere presso di sé i cani, sorseggiare un tè con i suoi ospiti, accendersi la pipa. E ripetute dai vari interlocutori sono le impressioni che Jung trasmetteva con la sua presenza: alto più della media, un corpo forte mantenuto vigoroso nel tempo, nonostante alcuni acciacchi degli anni della vecchiaia, più simile a quello di un contadino svizzero che a quello di un intellettuale, uno sguardo che poteva farsi molto penetrante ricordato nella sua potenza da chi ne aveva fatta esperienza.

Sempre rispetto all’accoglienza di Jung verso i suoi interlocutori, sia in un contesto pubblico che privato, si sottolinea l’espressione fluida, arguta della sua espressività cordiale, disposto, anzi desideroso, di parlare non solo con gli amici e conoscenti ma anche con perfetti sconosciuti, tutti comportamenti in cui traspare l’interesse per l’altro, pari a quello di trasmettere il proprio pensiero e la propria esperienza. Il non cessare mai di essere il maestro versatile e paziente, l’esploratore intento a annusare il vento, la guida pienamente consapevole del suo potere e della sua responsabilità.

Aspetti tutti che, del resto, contrastano con il tipo psicologico di Jung: introverso, intuitivo di pensiero, a sottolineare come aspetti non riferibili alla tipologia di appartenenza avessero trovato in lui una composizione armoniosa e coerente con i loro opposti e che la sua esortazione a integrare le funzioni veniva dalla propria esperienza.

La disponibilità, raccolta dai suoi interlocutori e restituita dalla lettura del testo, si accompagna, in chi legge, all’impressione che comunque Jung parli da un mondo e a un mondo molto diverso dal nostro. Questa impressione non deriva dai riferimenti, che compaiono nei suoi colloqui e interviste, alla storia a lui contemporanea, dalle notazioni, intuizioni e addirittura diagnosi circa i diversi più emblematici protagonisti del proprio tempo (in particolare su Hitler, Mussolini e Stalin) né da note circa la condizione in cui vivevano i popoli sottoposti a tali dittature, come se le dittature costituissero una condizione abnorme e distorta. Più complessivamente si capisce che Jung si rivolge e parla da un mondo in cui esiste un modo definito di intendere la realtà, un mondo in cui dominano gerarchie,

«i cui valori sono codificati e le regole stabilite, in cui è data per scontata la superiorità del maschile sul femminile, dell’Occidente sull’Oriente, della cultura bianca sulle altre culture, dell’operosità sull’ebbrezza, della maturità sulla giovinezza, del benessere materiale su un intangibile benessere spirituale: il mondo che ancora apparteneva a quella cultura borghese della prima modernità che si era costituita intorno all’uso produttivo del tempo, al differimento del piacere, al sacrificio e al lavoro assunto come dovere»[4].

Ma il discorso di Jung sembra proprio riguardare quello che non è compreso in quel tipo di mondo. Jung parla da quel mondo ma ciò che dice e il modo in cui lo afferma nel proprio tempo rimanda aspetti molto importanti che piuttosto riguardano il nostro tempo che può cogliere nelle sue parole  un rispecchiamento. Jung avverte i suoi contemporanei come il XIX secolo, sia stato il secolo della tecnica e delle scienze esatte in cui è stato abbandonato il metodo intuitivo dei secoli precedenti. Un pensiero semplicemente intellettualistico, analitico, atomistico ha portato in un cul de sac perché ha creato la dicotomia tra la coscienza e l’inconscio i cui contenuti non trovano più nella cultura un possibile rispecchiamento. Questa è la condizione che predispone alla sofferenza psicologica e alla malattia mentale, condizione che viene rilevata da Jung: psichiatra e psicoterapeuta, che ha a cuore la cura dei suoi pazienti e individua la radice del problema in un “aspetto collettivo”.

Jung, fin da giovanissimo non aveva accettato la “gabbia d’acciaio”(come l’aveva chiamata Weber), costituita dalla modernità e si rivolge ad epoche precedenti per sottolineare come queste avessero trovato nell’elaborazione della loro civiltà elementi di contatto con l’inconscio e offerto ai loro contemporanei la possibilità che, questa parte così importante per la vita umana, potesse trovare una dinamica con la coscienza per mantenere quell’equilibrio attualmente perduto. E sottolinea come le religioni, in particolare la cattolica, con la sue numerose immagini e i suoi riti, abbiano offerto in passato un ricco terreno ai nostri sentimenti e conferito senso alla vita rispondendo a richieste fondanti circa la propria esistenza, richieste che emergono dall’inconscio ed esigono risposte. È infatti la possibilità di armonizzare con la coscienza le espressioni che fluiscono dalla matrice inconscia ad arricchire la nostra umanità, nell’accogliere ed elaborare le fantasie non già per eliminarle, ma svilupparle e arricchire, così, la nostra facoltà immaginativa. E proprio nel gioco della fantasia trovava alimento la religione.

Dunque la perdita di valore delle religioni ha lasciato privi di risposte e di connessioni aspetti umani fondanti e profondi. Così gli uomini sono chiamati ciascuno alla ricerca di un senso alla propria vita ed esposti al rischio della relativa sofferenza psicologica che accompagna questa condizione. La nevrosi non è così motivata dalla rimozione di un istinto, quello della sessualità, come è per la psicoanalisi, ma dalla mancanza di relazione tra coscienza e inconscio. Un indebito addomesticamento della psiche in nome della civiltà. Dunque disseppellire le tendenze sepolte nell’inconscio e portarle alla coscienza attraverso il metodo della psicoanalisi, non per vanificarle, come è per Freud, ma per elaborarle e svilupparle.

D’altra parte se una persona attraverso il metodo psicoanalitico lascia affiorare alla coscienza ricordi e pulsioni sepolti nell’inconscio e riesce a comprendere le proprie motivazioni e i propri stimoli profondi, si trova a disporre di una forza insospettata.

 

Jung empirico

Dice Jung:

«Io non sono un teologo sono un medico, sono uno psicologo. Ma come medico ho avuto modo di conoscere migliaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo, venute da me per raccontarmi la storia della loro vita, per confidarmi le loro speranze, i loro successi e i fallimenti e ho studiato la loro psicologia. La mia esperienza con quelle migliaia di pazienti mi ha dato la convinzione che il problema psicologico del mondo moderno è un problema di natura spirituale, un problema religioso. L’uomo oggi ha fame e sete di una religione serena con le forze psichiche che sono dentro di lui.”Il regno dei cieli è dentro di voi” le parole del Cristo racchiudono una grande verità psicologica»[5].

Ciò che la natura richiede al melo è di fare le mele e all’uomo chiede di essere uomo semplicemente, ma essere un uomo cosciente di ciò che è e ciò che fa. Abbiamo toccato un aspetto che ha sempre creato qualche perplessità intorno alla psicologia di Jung perché spesso malinteso. Su questo argomento è interessante quello che Jung espresse in una conferenza a conclusione di un seminario tenuto a New York nel 1937 in cui espose la sua interpretazione di Gesù per far capire cosa significa “Gesù in noi”. Gesù, come sappiamo era figlio di madre nubile.

I figli di tal genere sono detti illegittimi, e contro di loro esiste un forte pregiudizio che gioca a loro sfavore nella vita. Il figlio illegittimo soffre di un terribile senso di inferiorità al quale deve trovare compensazione. Ed ecco la tentazione di Gesù nel deserto quando gli furono offerti tutti i regni del mondo. In quel momento incontrò il suo peggior nemico, il demone del potere, ma Gesù fu capace di vederlo e rifiutò. Disse: «Il mio regno non è di questo mondo». Ma pur sempre di “regno” si trattava. Poi ci fu lo strano episodio dell’ingresso trionfale a Gerusalemme.[6]

E ancora:

«Toccò il fondo della disperazione quando pronunciò quelle terribili parole: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Queste parole significano come Cristo in quel momento vide che tutta la sua vita completamente dedicata alla verità era stata una terribile illusione. Aveva vissuto in tutta onestà il suo esperimento ma si trattava ugualmente di una compensazione».[7]

Ora, sulla croce, il senso delle sua missione lo abbandonò. Ma poiché aveva vissuto così pienamente e così devotamente la sua vita ebbe il trionfo finale nella risurrezione del corpo.

Tutti noi dobbiamo fare quello che fece Cristo. Dobbiamo compiere il nostro esperimento; e commettere i nostri errori. Dobbiamo tradurre nella nostra vita la nostra visione della vita. Cadremo nell’errore, ma chi evita l’errore evita la vita.

 

La lettura di Interpretazione dei sogni

Jung nel 1900 lesse Interpretazione dei sogni di Freud e da questa lettura capì di trovarsi dinanzi a una mente geniale, e che il libro era destinato a mutare il modo di pensare i processi mentali e lo stesso sviluppo umano, nonostante fosse tra i pochi suoi contemporanei che questo lo avevano letto. Utilizzerà la teoria della rimozione per leggere gli stessi esperimenti condotti in quegli anni da Jung e indirizzati a definire la tonalità emotiva dei complessi. Nel 1907, in una visita a Vienna, Jung conosce Freud, i due si trattennero a parlare per tredici ore consecutive. Da quell’incontro nacque una particolare intesa ed ebbe inizio un rapporto intenso tra i due: Freud vede in Jung il suo erede. Ma il viaggio che compirono insieme (1909) negli Stati Uniti e le successive frequentazioni di Freud e del suo pensiero, resero sempre più chiara in Jung una critica rispetto ai presupposti della psicoanalisi, critica che emerse nel libro Trasformazioni e simboli della libido, un contributo alla storia dello sviluppo del pensiero (1912). Il libro nasce come commento su alcuni esempi di immaginazione inconscia creativa tratti da un testo di una giovane poetessa americana, nota come miss Miller, lo scopo è quello di esplorare i simboli della trasformazione della libido, un tentativo «di ampliare la psicologia per includervi l’uomo preistorico, primitivo e moderno»[8].

“Il ponte sull’abisso che ci separa dall’antichità” era proprio la lettura che Freud aveva dato della leggenda di Edipo cogliendone la presenza vivente in ciascuno di noi.

Quell’intuizione faceva capire l’identità dei conflitti umani elementari, indipendenti dal tempo e dallo spazio. Proponeva una visione in cui modernità e antichità si illuminavano reciprocamente[9].

Con questo testo Jung dava fondamento al proprio pensiero, liberandosi dalle perplessità che l’adesione alla psicoanalisi aveva fatto maturare, ma usando lo stesso metodo che questa aveva indicato per far emergere i contenuti inconsci e quindi relazionarsi ad essi variando la finalità del processo. Se per Freud l’inconscio è un prodotto della coscienza della quale contiene tutti i residui; una sorta di magazzino in cui viene accumulato e poi abbandonato tutto ciò che la coscienza ha scartato, per Jung proprio attraverso l’elaborazione di questo testo, (che lo vide impegnato in un confronto con l’inconscio che lo portò ai limiti della psicosi), l’inconscio diviene “la matrice della coscienza”. La sessualità, da costrutto centrale e unico della metapsicologia freudiana, passa a essere un costrutto importante ma non esclusivo della vita psichica. La libido è energia psichica in generale, motore di ogni manifestazione umana, sessualità compresa, ma non solo: essa va al di là di una semplice matrice istintuale, le sue trasformazioni sono necessarie a spiegare l’infinita varietà in cui si dà l’uomo, esse sono dovute a un apparato di conversione dell’energia “la funzione simbolica”.

L’inconscio è costituito solo in parte dall’inconscio personale in cui si accumulano gli aspetti rimossi dalla coscienza. Diversa era la concezione che Jung aveva dell’inconscio, e più globalmente la sua visione dell’uomo. L’inconscio ha per Jung aspetti di totalità germinale che lo rendono diversissimo dall’inconscio freudiano; non è mai stato un magma di istinti, difese e materiale rimosso ma è anche un rizoma che alimenta tutte le manifestazioni vitali compresa la spinta alla ricerca di senso e di trascendenza[10].

La via regia verso l’inconscio è il sogno che ha sempre un aspetto compensatorio alla coscienza, è un prodotto della facoltà immaginativa, una galleria di immagini, che possono divenire immagini protettive di fronte a una minaccia incombente. I sogni ci mostrano i nostri punti deboli. Il sogno e gli elementi del sogno non hanno più le connotazioni di segno e quindi di qualcosa che rimanda convenzionalmente a qualcosa di altro, quali erano per la psicoanalisi, ma divengono simboli. Il simbolo è un caso particolare del segno, l’uno e l’altro rimandano in modo convenzionale a qualcosa di altro ma il simbolo non è diretto a una realtà determinata da una convenzione, ma alla ricomposizione di un intero, come indicato dall’etimo della parola. Il sognatore si rivolge al sogno sapendo che il sogno si rivolge a lui in maniera numinosa.

Una sorta di fisiologia dell’inconscio sono gli archetipi, le immagini dell’istinto. Freud aveva indicato la storia di Edipo come collettiva, cioè appartenente a l’umanità, poiché ogni uomo  desidera la propria madre e uccidere il padre, per questo la storia di Edipo fu indicata come complesso edipico e come fondamentale nello sviluppo della psicologia umana. Per Jung la storia di Edipo è uno degli archetipi e accanto a questo ne esistono altri che costituiscono una sorta di fisiologia dell’inconscio. Essi costituiscono una sorta di schemi narrativi strutturati su vicende, presentano un inizio, uno sviluppo e una fine, essi corrispondono ai miti. La mitologia è, nel pensiero di Jung, la drammatizzazione di una serie di immagini che esprimono la vita degli archetipi. E il mito è il prodotto di un processo inconscio che ha luogo in un particolare gruppo e in un periodo storico preciso.

Erano questi i presupposti su cui sarebbe nata la “Psicologia complessa”: il nome attribuito da Jung alla sua creatura, per indicare in esso la difficoltà ad essere racchiusa in schemi rigidi, e dunque, contro la schematizzazione autonomizzata.

Jung riteneva, in realtà, che l’impossibilità di incapsulare l’anima in un sistema, fosse dettato dalla natura dell’anima stessa[11].

 

Jung e il nostro tempo

Torniamo adesso a indicare gli elementi in cui il nostro tempo può trovare un rispecchiamento  nelle indicazioni del pensiero di Jung, uomo che parla da un mondo e ad un mondo molto diverso dal nostro. Alle soglie del suo ottantacinquesimo compleanno consapevole della propria posizione mantenuta nel tempo, coglie i primi fermenti di quel movimento di contro cultura che, accompagnatosi e, successivamente sovrapponendosi, a quegli elementi di critica sociale di ispirazione marxista, nei decenni successivi darà origine a quella trasmutazione di valori e cambiamento di costumi che Pasolini indicherà come mutazione antropologica.

E avrà modo di esprimersi in tal senso in un’intervista rilasciata a un giornalista inglese residente in Svizzera, Gordon Young, pubblicata il 17 luglio 1960 dal Sunday Times e in forma ridotta su American Weebly e successivamente nell’epilogo del libro scritto dallo stesso intervistatore:

«I giovani di oggi in quanto si sentono rivoluzionari non fanno che mettere in pratica ciò che i loro genitori ed educatori non hanno osato ammettere apertamente con se stessi, e cioè la sfiducia e il dubbio nei confronti delle concezioni religiose e morali. In assenza di riflessione filosofica, i loro genitori hanno fondato la propria vita su una visione positiva e pratica di tipo assolutamente materialistico e razionale, sostenuto in questo dall’enorme influenza della scienza. […] La generazione più vecchia guarda con occhi allarmati i propri figli e il loro più o meno strano modo di comportarsi. Ma i figli tendono sempre a vivere la vita inconscia che non è stata vissuta dai loro genitori, le cose che i genitori hanno ignorato a volte anche ingannando se stessi».[12]

Jung non avrebbe saputo che quel moto generazionale avrebbe innescato un movimento che nel procedere dei decenni successivi era destinato a produrre una trasformazione profonda operando una trasmutazione di valori che avrebbe cambiato il modo di concepire il corpo, il sesso, il rapporto tra i sessi, la famiglia, l’autorità, il modo di parlare e di vestire.

Da questo processo

«[…] è nata una nuova classe media dal Super Io. allentata, edonista, indulgente, aperta all’esotico (almeno fino a quando l’esotico non si avvicina troppo o peggio prova a immigrare): una classe media che diverge dalla borghesia anteriore al ’68 proprio perché incorpora, nel proprio modo di vivere, alcuni comportamenti che appartenevano alle minoranze anticonformiste e li concilia col capitalismo, con l’obbedienza sociale magari separando il modo in cui ci si comporta nell’orario di lavoro dal modo in cui ci si comporta la sera, nel fine settimana, in vacanza o sui social network, staccando e riattaccando, come dice il linguaggio ordinario, secondo una forma di scissione, di blanda schizofrenia che è parte della condizione umana, ma che la nostra epoca ha accentuato»[13].

La controcultura che ha operato questa trasformazione lo ha fatto recuperando le idee e le pratiche di quei circoli e di quelle minoranze che avevano mantenuto vive le esperienze appartenute al secolo precedente (dal Romanticismo al Surrealismo) e trovavano riferimento nel complesso dibattito e nella riflessione sviluppata dalla nascita della psicologia come scienza.

Del resto Jung nell’articolo del 1932, apparso la prima volta a Berlino in una rivista a cui collaborava con altri tra cui Alfred Adler, Manfred Bleuler e Lucien Levy-Bruhl, e attualmente raccolto nel volume XV delle Opere con il titolo Sigmund Freud come fenomeno storico-culturale aveva colto e reso chiaro il senso dell’opera di Freud in un’interpretazione, che aveva sottolineato la compensazione espressa dalla teoria rispetto al canone collettivo del proprio tempo. Il motivo per cui il pensiero psicoanalitico si era imposto come un unicum rispetto al pensiero del proprio tempo e che non trovava riferimenti nel passato, era da riferirsi alla funzione storica svolta da Freud proprio rispetto al proprio tempo.

Freud nasce da premesse storiche che rendevano necessaria proprio la sua comparsa. La passione illuministica di Freud deriva dalla necessità di mostrare come l’età vittoriana si servì di valori morali per mantenere una concezione borghese della realtà. Egli, secondo le parole di Jung,

«[…] esponente del rancore del secolo nascente, nei confronti del XIX – le sue illusioni, la sua mezza cultura, i suoi falsi e esasperati sentimentalismi, la sua morale superficiale, la sua religiosità insulsa e artificiosa e il suo lacrimevole gusto. E mostra come sia possibile intendere anche in altro modo quei valori ai quali avevano prestato fede le generazioni precedenti»[14].

Ma poi aggiunge che

«La psiche umana non è però soltanto un prodotto dello spirito del nostro tempo, è un fenomeno puramente locale e contingente, che ha deposto solo un lieve strato di polvere sulla vecchia anima dell’umanità ma cosa di assai maggiore consistenza e stabilità. Quando questo strato sarà eliminato e le lenti dei nostri occhiali saranno ripulite che cosa ci sarà dato di vedere?»[15]

Il pensiero di Jung, come indica S. Shamdasani, rifugge il determinismo illuminista e trova una complessa collocazione, proponendo una compensazione al proprio tempo ma ricerca anche i presupposti che possano dare indicazioni e possano modularsi oltre lo spirito del tempo, caratteri e attributi tutti da riferirsi ad un metodo, quello proprio di una scienza, la psicologia, “scienza a cavalcioni tra le scienze umane e quelle della natura”.

La figura di Jung si colloca all’interfaccia tra psicologia accademica, psichiatria, psicoterapia, psicologia divulgativa e New Age. La nascita di queste discipline è uno degli sviluppi decisivi della società occidentale del XX secolo e potrebbe esserne l’eredità più curiosa. La formazione della psicologia e della psicoterapia moderne si è verificata in un’epoca di grandi sovvertimenti del pensiero e della cultura occidentali, cui è profondamente intrecciata. La sua ricostruzione è quindi un elemento essenziale per la comprensione delle società occidentali moderne e del loro sviluppo.[16]

 

Note

1 Macguire e Hull 1999.

2 Collected Works of C.G. Jung, Macguire W. (a cura di) e Hull R.F.C. (a cura di), Princeton University Press 1979. Traduzione italiana: Jung, Opere, Torino, Bollati Boringhieri 1991.

3 Imena de Angelo, comunicazione personale. Collected Works inglese corrisponde in larghissima misura alle Opere, edita in italiano da Boringhieri. Da Shamdasani 2007. Titolo originale Jung end the Making of Modern Psychology. The Dream of a Science, Press Syndicate of University of Cambridge, Cambridge, UK 2003. Traduzione italiana 2007, pag. 43.

4 Mazzoni 2017, pag. 14. Guido Mazzoni, poeta, scrittore è nato nel 1967, insegna critica letteraria all’Università di Siena. Tra i suoi saggi: Teoria del romanzo, Bologna, Il Mulino 2005.

5 Macguire e Hull 1999, pag. 106.

6 Macguire e Hull 1999, pag. 141.

7 Ivi, pagg. 141-142.

8 Shamdasani 2007, pag. 350.

9 Shamdasani 2007, pag. 350.

10 Giannoni, Psicoanalisi relazionale e psicologia junghiana in AA.VV. 2011, pag. 207.

11 Shamdasani 2007, pag. 38.

12 Macguire e Hull 1999, pag. 550.

13 Mazzoni 2017 .

14 Jung 1991, pag.1.

15 Ivi, pag. 11.

16 Shamdasani 2007, pag. 21.

 

Bibliografia

AA.VV., La svolta relazionale, (a cura di) V. Lingiardi, G. Amadei, G. Cavrilia, F. De Bei, Milano, Raffaello Cortina Editore 2011.

Jung C.G., Opere, Torino, Bollati Boringhieri 1991.

Jung C. G., Simboli della trasformazione, Torino, Bollati Boringhieri 2012.

Macguire W., (a cura di), Hull R.F.C. (a cura di), Bottini A. (tradotto), Jung parla, Interviste e incontri, Milano, Adelphi Edizioni 1999.

Shamdasani S., La nascita della psicologia moderna, Roma, Ma.gi. Edizioni 2007.

Shandasani S., Jung e la creazione della psicologia moderna. Il sogno di una scienza, Roma, Ma.Gi. Edizioni 2007 

 

Riassunto La lettura di  Jung parla   permette di ritrovare ‘l’aspetto germinale ‘ del pensiero di Jung, quell’aspetto che Jung sentiva venir meno nel momento della riflessione sistematica , quando l’attività della psiche, per sua natura imprendibile, doveva tradursi in una struttura dai caratteri definiti. Fatica e impresa  affrontata da Jung negli scritti raccolti in Collected Works.

Dalla trama tessuta dai colloqui e dalle  conferenze, di fronte a un pubblico, non perdendo mai di vista l’interlocutore esterno come quello interno, il testo  lascia emergere gli elementi fondanti del pensiero di Jung; quelli  che animano la sua pratica della psicoterapia.  Da indicarsi in particolare nella concezione che egli ha dell’inconscio e nella necessità di compensare il canone collettivo connesso al tempo in cui si vive.

Parole chiave: inconscio, compensazione, immaginazione, religiosità, canone collettivo

Abstract Jung as a romantic, idealistic, discordant and relational mind Reading Jung Speaking leads us to discover the sprouting characters of Jung thought, the same that he feels fading away in the moment of systematic reflection. There, the naturally uncatchable psychic activity ha to take form in a well-definied structure, and Jung takes on this labouring endeavour  in teh Collected Works. Here, the text discloses from the texture of the private interviews and of the public lecures the foundations of Jung thought. The most oustanding of them, informing his pactice of the psychotherapy, are the theory of the unconscious and the relevance of fulfilling the compensation of the collective standard of the hystoric moment.

Key words: unconscious, compensation, imagination, religiousness, collective standard.