Polis – Angiolo Pergolini.

Il concetto di Identità
Il tema dell’identità e il senso di perdita, di dissolvimento evocati dal titolo del Panel, Globalizzazione e perdita dell’identità, ben si prestano a collocare alcune ipotesi che gli apparati concettuali sviluppati all’interno del pensiero psicoanalitico offrono oggi come strumenti di comprensione sul piano strettamente clinico, ma anche per affrontare la tensione speranza-disperazione come condizione umana che oggi più che mai fronteggia nel concreto il senso della sopravvivenza, oltre ogni ipotesi di scuola.
Il grande lavoro di Erikson sull’identità venne guardato con sospetto perché si serviva di categorie all’epoca considerate estranee al rigore concettuale strettamente psicoanalitico. Lo stesso termine “Sé” era ben lontano dal presentarsi sullo scenario in tutta la sua portata. Vale la pena di sottolineare al riguardo come il sospetto di impurità sia toccato, tra gli orientamenti che vi attingevano, anche alla prospettiva interpersonale: lo studio di fattori esogeni di ordine socio-culturale risultava infatti estraneo alla costruzione bio-psicologica e, all’epoca, ne snaturava il rigore scientifico e l’ortodossia.
Se il termine “Sé” permetteva comunque, a qualsiasi indirizzo psicoanalitico dominante, e mi riferisco qui in particolare al filone classico e alla impostazione kleiniana, di mantenere l’iscrizione psicopatologica dell’essere umano nei primi sei anni di vita o, per la Klein, nelle origini stesse dei primi processi psichici, il concetto di identità spostava invece troppo in avanti il destino della persona e già con Erikson costringe a considerare l’adolescenza come momento evolutivo autonomo piuttosto che come riedizione del conflitto edipico.
Si stabilisce quindi una linea continua che, con l’allungamento della vita media, porta oggi a considerare gli aspetti evolutivi anche in età avanzata. In particolare, la clinica del narcisismo ha offerto molti spunti di riflessione, come ad esempio in Kernberg. Va però sottolineato che la tematica è ben presente nel pensiero di Carl Gustav Jung e che, da questo punto di vista, gli analisti “classici” hanno accumulato un notevole ritardo.
Lo spostamento del baricentro non è stato indolore per l’indagine sull’adattamento dell’individuo umano nel quadro del punto di vista bio-psico-sociale. Di fatto, si è allargata la forbice tra la ricerca sulle primissime fasi di sviluppo, anche sul piano neuropsicologico, rispetto all’indagine sull’influenza dell’ambiente in tutte le fasi della vita, cosa che implica una plasticità continua del sistema nervoso. Nel contempo, si è imposta progressivamente la centralità della dimensione fenomenologico-esistenziale interessata all’esistenza piuttosto che ai processi psichici. “Identità” appare allora come concetto “ponte”, con declinazioni diverse ma con orientamento sempre maggiore nella direzione dei processi di soggettivazione e quindi di costituzione stessa del soggetto. Erikson ha scritto: «…lo studio della identità ha dunque per il nostro tempo lo stesso valore strategico che aveva per il tempo di Freud lo studio della sessualità» (1968, pp.264).
Il termine è proposto in una dimensione epocale: passa in secondo piano la soddisfazione pulsionale rispetto ad una valenza quasi ontologica della “parola” identità. Sottolineo il termine parola, perché la difficoltà inizia nel momento in cui un termine ad alto valore allusivo viene proposto come concetto. Nel caso del nostro Panel, come qualcosa che si rischia di perdere. Erikson ha parlato di un suo valore “strategico”: questo comporta una strategia di ricerca e una implicazione sociopolitica. Si tratta quindi di una semplice proposta empirica, limitata al valore d’uso, o viene ipotizzato un nuovo antropocentrismo? A mio avviso, molta parte dei dibattiti attuali si collocano nella vulgata della questione dell’identità, in particolare da quando il termine “globalizzazione” non è più solo un concetto di mercato, una ipotesi scolastica di pragmatica della comunicazione o lo spettro malefico del pessimismo filosofico dello scorso secolo ma una dimensione concreta della violenza estrema, con sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura e sfida alla speranza.
Torniamo al titolo del Panel: cosa si perderebbe? Tanto identità che globalizzazione sono concetti vaghi ma fortemente evocativi e proprio in quanto tali esercitano un notevole fascino. Trattare le conseguenze della globalizzazione fa correre il rischio di reificare in un nesso causale entità inesistenti e quindi di percorrere il filone del realismo nominale. Osserviamo gli ingredienti necessari perché “identità” non rimanga dunque soltanto una nobile parola evocativa e diventi un concetto, o per lo meno una concezione. Sembra che tutti, nel nostro campo, si riferiscano alla stessa cosa, spesso con un linguaggio letterario sdolcinato, intonando una malinconica nenia da “tramonto dell’occidente”. Governi e aziende organizzano scuole di identità, lo studio dei processi cognitivi prescrive procedure con elevati quozienti di certezza, la massa dei “piccoli uomini” di W. Reich (1984) si accinge all’idolatria del vitello d’oro senza sapere di cosa si parli, tanto “basta la parola”, col suo alone magico.
Consideriamo ora qualche implicazione del passaggio da termine a concetto della parola “identità”: 1) senso di esistere; 2) senso di separatezza; 3) senso di una qualità; 4) senso di differenza dagli altri; 5) senso di unicità (rispetto alla frammentazione); 6) senso di coesione (delle parti comprese nel senso di unità); 7) senso di persistenza; 8) impatto delle credenze sul sé, sul senso di sé; 9) desiderio di costanza nella variabilità. Come produttori e consumatori del termine, riteniamo che esso rispecchi la somma algebrica di tutte queste parti? Nel caso se ne perda una, crolla tutto il sistema? Si perde qualcosa di costituito, quindi il nostro rapporto con un vissuto? Si perde la dinamica di formazione dell’identità come processo? Molte domande, come si vede. Consideriamo allora alcuni “nemici” dell’identità nella scelta che ci offre lo scenario delle paure. Molti nemici sono stati evocati sin dall’inizio del secolo scorso ma la strega malefica responsabile delle peggiori nefandezze è la tecnologia.
Prendiamo ad esempio La cimice di Majakovskij, poeta russo che aveva creduto nella rivoluzione e ne resta deluso (si suiciderà). Un uomo viene ibernato (attraverso la tecnologia!) per essere risvegliato 100 anni dopo, in una civiltà completamente organizzata. Gli è rimasta però addosso una cimice, ibernata con lui, che si risveglia anch’essa 100 anni dopo, e lui comincia a grattarsi. Ma un uomo che si gratta in quel modo non è ammesso in una civiltà organizzata alla Grande Fratello di 1984 di Orwell, e così viene messo in un gabbione ai giardini dove vengono portate le scolaresche molto ben organizzate a vedere questo essere strano, che ha prurito, che ha sempre qualcosa che lo punge. La cimice dunque diventa la sua compagna perché gli ricorda la sua umanità, diventa la sua compagna storica, contrapposta alla società tecnologica.
Sulla base di questo racconto, che è del 1929, ci accorgiamo che certe coordinate erano state già individuate da tempo. E allora, cosa possiamo dire per trovare speranza e soprattutto per non sprofondare in lamentazioni di vario genere su quanto ci sentiamo impotenti nel dover accettare la tecnologia? Quali possono essere le coordinate per accettare invece la sfida culturale che viene da lontano, come abbiamo appena dimostrato? Per esempio, possiamo interrogarci sul perché non dovremmo accettare la tecnologia, sul perché non dovremmo accettare la globalizzazione. Anziché rifugiarci in una sorta di lagna neo-luddista, anelando cioè la distruzione della civiltà delle macchine, considerate la radice della alienazione, sarà più opportuno affrontare tali problemi fuori da ogni demagogia sentimental-riduttiva.

Identità e cambiamento
L’adattamento. L’essere umano è in grado di adattarsi? Nel 1924 Ferenczi, prendendo spunto dall’ipotesi naturalistica del biologo Haeckel, scrisse Thalassa, in cui sovverte psicologicamente il discorso del diluvio universale: non è l’acqua che ha sommerso la terra ma è la terra che è emersa dall’acqua. Prima eravamo quindi tutti pesci e ci siamo man mano adattati, alcune specie si sono estinte, altre sono riuscite a sopravvivere fuori dall’acqua e tra queste l’essere umano, che ha avuto una grandissima capacità di adattamento. Ferenczi continua in questo bellissimo saggio con delle interpretazioni di ordine psicoanalitico di ritorno alle origini, come la tendenza al ritorno nell’utero materno, dove lo spermatozoo che va a raggiungere l’ovulo nell’utero materno diventa lo strumento per tornare nell’acqua dove è nato, etc…. La tecnologia, seguendo il suo pensiero, non può quindi spaventarci in alcun modo, considerando la globalizzazione come l’attuale diluvio universale. Altra icona, la perdita dei confini, evocata con efficacia da Z.Bauman come “società liquida”, col corollario dell’amore liquido come una sorta di “mordi e fuggi”, contrapposto alla nostalgia di una persistenza sicura e ripetitiva che considera vita la morte del divenire. Parlando di stati allotropici, il prossimo traguardo sarebbe la società gassosa, evanescente, in rapida evaporazione! In attesa di respirarla, resta il fatto che mai come oggi ci si presenta una società gordiana durissima nella quale i problemi si tagliano con la spada e il “piccolo uomo” riceve la propria dose di identità d’innesto con ricette pronte di procedure salvifiche e di esternalizzazione del pensiero (come reimportazione di pensiero condizionato).
Già William James nel 1890 aveva messo in guardia dalla gestione dell’identità tramite l’imperialismo di idee prefabbricate e teorie monolitiche e totalitaristiche di ordine sociale, morale e religioso. Nei primi decenni del ‘900 molti sono ancora sulla stessa linea di pensiero. Per esempio, per citare un nome autorevole tra i tanti possibili, anche Martin Buber nel ’25 invita l’educatore a lasciar libera espressione alla identità da guidare nel suo sviluppo, senza farcirla di rigidi schemi. Ritengo che evocare la perdita sia il frutto delle pedagogie di risultato e delle certezze procedurali per raggiungere gli obbiettivi dell’esistenza che sono oggi la nostra peste. Elliott Jacques aveva indicato già negli anni ’50 il danno prodotto dalle pedagogie centrate sulla soluzione dei problemi rispetto a un’organizzazione pedagogica che si focalizzi invece sull’apprendimento dell’incertezza. Il nostro mestiere abitua ad arrangiarci con quel qualcosa che, in chi soffre, possiamo chiamare identità deboli e ci spinge a far si che la persona ci conviva senza rincorrere certezze. Ricordiamo in proposito che Sullivan sceglieva il personale per lavorare con gli psicotici in base alla scarsa rigidità, al non conformismo, alla non particolare sicurezza sociale e di ruolo.

I meccanismi di adattamento
Occupiamoci dunque dei meccanismi di adattamento dal punto di vista psicoanalitico, non senza aver ricordato S.Ferenczi : «(…) ogni adattamento è una morte parziale, una rinuncia a una parte dell’individualità (…)» (Ferenczi, 1931). Attraverso il profondo studio di Paul Parin (1979), sappiamo che i meccanismi di adattamento si costituiscono sotto l’impatto delle influenze sociali e funzionano automaticamente ed inconsciamente, fornendo una stabilità relativa alla struttura dell’Io. In quanto meccanismi di ordine sociale, essi facilitano lo sviluppo. I meccanismi di adattamento così descritti possono essere molto utili all’Io quando esso deve funzionare in condizioni determinate dall’ambiente esterno e nelle loro variazioni. Si capisce bene quindi quanto possano esserci utili nel contesto del nostro tema. Essi servono all’autonomia dell’Io (Rapaport, 1957, 1960) anche se tendono ad insidiare l’indipendenza dall’ambiente: quando entrano in funzione l’Io è sollevato dai conflitti pulsionali, l’angoscia diminuisce e l’Io, nel suo insieme, viene stabilizzato.
Tuttavia l’ambiente esterno interviene sulla struttura dell’Io in modo da essa non influenzabile e determina importanti funzioni egoiche. I meccanismi di adattamento sono dei veri e propri stabilizzatori dell’Io fin quando non cambiano le condizioni sociali nelle quali una persona vive. Così, un mutamento della situazione sociale può comportare il relativo fallimento dei meccanismi di adattamento, ovvero tali meccanismi non alleggeriscono più l’Io e si perviene a profonde ristrutturazioni della persona. Scrive Parin:
«(…) i meccanismi di adattamento alleggeriscono l’Io da una contrapposizione continua al mondo esterno così come i meccanismi di difesa fanno con le domande pulsionali inaccettabili. La controparte dell’alleggerimento è tuttavia la rigidità e la limitazione. Quello che l’Io ha guadagnato in forza, viene perduto in flessibilità ed elasticità. Se viene a cadere la costrizione dell’adattamento automatico, l’Io – dopo aver superato una fase di crollo – ha nuove possibilità di organizzarsi.» (1979, pp. 4)
Invece, in una situazione sociale estremamente alienata le possibilità di adattamento si estinguono, poiché si arriva al crollo psicologico. Seguendo questo filo, possiamo spiegarci il perché ciò accada, consapevoli come siamo che in analisi cerchiamo di mettere l’Io in grado di rinunciare ai propri meccanismi di adattamento inconsci, affinché diventi capace di cambiare attivamente la propria situazione sociale. Ciò che potrebbe allora avvenire con la globalizzazione non è la “perdita” dell’identità ma il rifugio per angoscia in identità parziali. Partendo dal concetto di frammentazione del Sé in Kohut, riusciamo così ad ipotizzare possibili identificazioni soltanto con singoli frammenti (Galli, 2002). Ovvero, il frammento in questo caso diventa il sostituto di tutto il Sé e quindi coincide con l’identità di ruolo o con il gruppo di appartenenza, che sono due dei meccanismi di adattamento possibili (l’altro è la coscienza di clan, cfr.Parin, 1979, pp.8-17).
In questo caso, dunque, l’identità non evolve andando a coincidere con l’istinto sociale (Adler, 1920) né tantomeno con la solidarietà (Sullivan, 1953), che diventa invece una sorta di omertà di gruppo. Infatti, le identità “fortissime”, quelle in cui non c’è posto per l’incertezza né per l’angoscia, finiscono con l’aver bisogno di difendersi massicciamente contro altri. Allora l’identità diventa radice della rabbia e della distruzione dell’altro piuttosto che della condivisione.

Identità e globalizzazione
Se c’è globalizzazione ci ritroviamo a fronteggiare tutti gli stessi sistemi, ovvero l’identità di ciascuno diventa il modo in cui uno si isola dagli altri per differenza, diventa una “barriera contro gli altri” (Nathan, 1994)! Come col giovane Holden di Salinger c’era chi viveva l’angoscia senza parole e chi ne parlava (per es., l’esistenzialismo in Europa!), ora c’è chi parla di identità, come discorso còlto, da angoscia di lusso, da élite del potere. Per il piccolo uomo purtroppo invece l’angoscia si presenta con la faccia della paura, grezza e monolitica: una minaccia dalla quale ci si difende vendendo o cedendo l’anima al protettore (vedi religione, guerra, strumenti di dominio).
Se al piccolo uomo viene lasciata la possibilità di vivere soltanto terrore, paura e disperazione, egli non potrà che agire il suo bisogno di difendersi e sopravvivere attraverso radicalizzazione e fondamentalismi, le uniche “soluzioni” a lui accessibili e così tristemente consuete ai giorni nostri; ma se potesse entrare in contatto con l’angoscia, allora entrerebbe in contatto anche con la possibilità di elaborarla, e dal piccolo uomo comincerebbe a nascere una “persona”. Ecco il motivo per cui i sistemi che tendono a costruire l’identità, cioè le varie pedagogie, da pedagogie di processo sono oggi diventate pedagogie di risultato! Poiché altrimenti comporterebbero un processo di “personazione” in realtà temuto e infine non desiderato.
Quello che viene evocato con l’angoscia di perdita è in realtà per me angoscia di annientamento. Angoscia di annientamento significa che qualcosa mi nientifica e io sono passivo rispetto a quello che mi accade. Se sono passivo, è chiaro che la mia identità dipende totalmente dalla situazione esterna e non ho nulla di mio. Mi sento in balia e basta. Allora quello che viene chiamato “la perdita di” sta nel vedere come minaccia dover acquisire altri semi e altre identità. Ovvero, altri innesti. L’angoscia che continuiamo a vedere, dunque, come perdita dell’identità è angoscia di perdita della cristallizzazione. Questo è il punto, l’identità diventata come cristallo fragile. Essa non è angoscia di perdita perché altrimenti ci sarebbe l’oggetto che perdo, cioè la rappresentazione interna dell’oggetto e la conseguente angoscia di perderlo. Ma qui si tratta di un processo e non di un oggetto.
La globalizzazione impone la ricerca di altre sicurezze interne, ma sicurezze di sopravvivere nella globalizzazione, non sicurezze di rifugiarsi in un angolino e difenderlo poi a tutti i costi. Torniamo per un momento ad Erikson, quando scrisse che la paura della perdita dell’identità è una fonte di grande angoscia che riattiva paure infantili e fa cercare sostegni in identità fittizie. Ovvero, viene fuori la divisa delle pedagogie di risultato! L’economia globalizzata crea una cultura globale che si definisce nella ricostruzione di identità non sociali, basate su appartenenze culturali e non più su ruoli sociali. Più è difficile definire se stessi in quanto cittadini o lavoratori della società globalizzata, più si è portati a definirsi sulla base dell’etnia, della religione o della fede, del genere o delle usanze, intesi come comunità culturali. Cito Touraine:
«E’ attraverso la crisi della de-modernizzazione che scopriamo la necessità di ricorrere al Soggetto personale (…) Ciascuna società può esistere solo a condizione di rispettare la separazione tra “mondo esterno” e “uomo interiore”, e di disporre di un mezzo per coniugarli o almeno renderli compatibili. Meglio dunque interrogarsi su quale possa essere la nuova sintesi per uscire dalla de-modernizzazione e vivere nuove forme di modernità, anziché limitarsi a profetizzare il peggio». (1998, pp.59)

Concludendo…
Ricordiamo adesso le due opposte e complementari possibilità dell’essere di Julio Cortàzar: i “Cronopios”, che buttano fuori immagini a getto continuo mosse dal vortice dell’arbitrio e dell’improbabilità, come la poesia, l’intuizione, il capovolgimento delle norme, e i “Famas”, che innalzano costruzioni geometriche ossessive reggendosi in equilibrio su un filo, come l’ordine, la razionalità, l’efficienza, che imbalsamano ed etichettano i ricordi. Allora, meglio i “Cronopios” o meglio i “Famas”?
Per quanto mi riguarda, preferisco parlare di trasformazione dell’identità piuttosto che di perdita. Cito in proposito un paragrafo tratto da Lezioni americane di Italo Calvino:
«Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica.» (1993, pp. 12).
Per finire, non appartengo agli apocalittici. Mikhail Gorbaciov ebbe a dire “Non ci sarà una seconda Arca di Noè”, tentando di esorcizzare la violenza che può distruggere la “nave di tutti chiamata terra”. Nel mio contributo di oggi ho cercato di attraversare uno spicchio di mare solcato da questa nave col timone della psicoanalisi e coi remi dell’esperienza clinica. Affidiamo dunque l’identità alla capacità di specie di adattamento.

Bibliography
Adler, A. (1920). La psicologia individuale. Roma: Newton Compton, 1992
Bauman, Z. (1998). Dentro la globalizzazione. Bari: Editori Laterza, 2007.
Bauman, Z. (2003). Amore liquido. Bari: Editori Laterza, 2007.
Buber, M., (1925). Della Educazione. In Il pensiero dialogico. Milano: Edizioni di Comunità, 1959.
Calvino, I. (1993). Lezioni americane. Milano: Oscar Mondadori, 1993.
Cortàzar, J. (1970). Storie di Cronopios e Famas. Torino: Einaudi, 1971
Erikson, E.H. (1963). Infanzia e società. Roma: Armando, 2008.
Ferenczi, S. (1924). Thalassa. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1993
Galli, P.F. (1995). La persona e la tecnica. Milano: Franco Angeli, 2002
Jaques, E. (1970). L’apprendimento dell’incertezza. In Psicoterapia e Scienze Umane, N. 3-4 1972. Milano: La Tipotecnica, 1972.
Majakovskij, V. (1928). La cimice. In Opere scelte, Milano: Feltrinelli, 1967, pp.229-299.
Nathan, T. (1994). Costretto a essere umano. In Psicoterapia e Scienze Umane, N.4, 1994. Milano: Franco Angeli, 1994
Parin, P. (1977). I meccanismi di adattamento. In Psicoterapia e Scienze Umane, N.1, 1979. Milano: Feltrinelli, 1979, pp.1-28.
Rapaport, D. (1957). Cognitive structures. In Contemporary Approaches to Cognition – A Symposium Held at the Univerisity of Colorado. Cambridge, Mass.: Harvard University Press.
Rapaport, D. (1960). Struttura della teoria psicoanalitica. Torino: Bollati Boringhieri, 1977.
Reich, W. (1948). Ascolta, piccolo uomo. Milano: Sugar Editore, 1973.
Salinger, J.D. (1951). Il giovane Holden. Torino: Einaudi, 1961.
Sullivan, H.S. (1953). Teoria interpersonale della psichiatria. Milano: Feltrinelli, 1962.
Touraine, A. (1997). Libertà, uguaglianza, diversità. Milano: il Saggiatore, 1998.

Riassunto Ciascuna cultura procede a dotare l’individualità umana di uno statuto più o meno coerente, stabilito socialmente, con un contenuto, dei limiti e dei valori differenti a seconda dei tempi e dei luoghi. Nella nostra cultura, fino ad oggi, o forse fino a ieri, l’immagine di sé si costruisce nell’occhio di chi ci sta di fronte, nello specchio che questo ci presenta. Il Sé e l’altro, l’identità e l’alterità vanno di pari passo e si costruiscono reciprocamente. Il fenomeno della globalizzazione appare come una trasformazione epocale ed impone una riflessione differente nella questione della formazione del Sé rispetto all’altro, con implicazioni probabilmente di enorme portata. L’autrice procede nell’identificare nel diluvio universale la forma di globalizzazione più antica. A partire quindi dal saggio di S.Ferenczi Thalassa, similmente si tenterà di intravedere quale sarà la possibile base che potrebbe determinare l’adattamento della nostra specie nella cultura della globalizzazione

Parole chiave: identità; globalizzazione; senso di perdita; adattamento; cristallizazione

Abstract Identity and globalization Every culture gets to provide human individuality of a more or less coherent and stable status, which is socially established and possess different contents, boundaries and values according to current times and places. Up to now, or maybe yesterday, in our culture the self representation has been building itself in the other’s eyes, in the mirror that he or she presents to ourselves. Self and other, identity and alterity go hand in hand with one another, reciprocally constructing themselves. The phenomenon of globalization appears to be an epochal turning point so that it forces us to think in a different way about the self construction in relation to the other, probably entailing implications and consequences of enormous importance. The author argues she has identified the Flood as the most ancient form of globalization. Taking Ferenczi’s essay Thalassa as a starting point of view, she will try to sense what would be in future the potential basis whereby it might determine the adaptation of mankind within globalization culture. [Key-words : identity; globalization; sense of loss; adaptation; cristallization ]